Il Cile cerca una via d’uscita

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Bruno Desidera

Dopo quasi un mese di proteste popolari, tentativi di dialogo, ma anche di barricate, assalti a chiese e violenza gratuita, il Cile cerca una via d’uscita. Ma fatica a trovarla. Le vicende degli ultimi giorni e delle ultime ore amplificano queste difficoltà: scioperi massicci e gesti violenti in varie città, soprattutto con roghi, barricate, atti di vandalismo e saccheggi. Diverse chiese sono state attaccate, incendiate o profanate, a Santiago, Talca, Valdivia. Continua a covare il malessere nei confronti della politica, ma anche la stanchezza verso una violenza cieca a gratuita. Il presidente Sebastian Piñera ha parlato ha annunciato il rafforzamento della presenza di carabinieri e forze dell’ordine, pure senza reintrodurre stato d’emergenza e coprifuoco.

“Per amore della nostra patria, basta violenza!”, questo l’invito accorato dei vescovi cileni, riuniti in questi giorni in assemblea. “Di fronte alle denunce di violazioni dei diritti umani, vittime, feriti, atti di vandalismo, saccheggi, distruzione di infrastrutture pubbliche e private – si legge nel messaggio letto dal presidente della Conferenza episcopale (Cech), mons. Santiago Silva Retamales – chiediamo con forza e insistenza che cessi ogni tipo di violenza, da qualunque luogo provenga”. Per i vescovi, “il Cile non può aspettare! Dobbiamo tutti fare del nostro meglio per abbattere i muri che ci separano e costruire i ponti che ci consentono di incontrare e costruire un patto sociale che ci condurrà a un futuro con più giustizia, con pace e dignità, dove nessuno si senta escluso dallo sviluppo umano integrale”.

In questo clima, la politica procede a tentoni e pare nelle ultime ore, per scelta del presidente Sebastian Piñera, ascoltare le richieste dell’opposizione e gettare il cuore oltre l’ostacolo e indirizzarsi, forse per disperazione, verso una scelta senza dubbio impegnativa: quella di dare vita a una nuova Costituzione, da elaborare attraverso un’apposita Assemblea costituente e da ratificare con un plebiscito.

Un nuovo inizio, quindi. Potrebbe funzionare? “Qui è tutto bloccato da settimane… scuole… università, trasporti. La situazione è davvero disastrosa – spiega al Sir da Santiago Luis Horacio Franco Gaviria, docente in Filosofia Morale e Politica all’Università del Cile -. A me pare che il quadro sia davvero intricato, fatico a essere ottimista, anche se il risveglio, dopo trent’anni, per quanto duro, era necessario”. Il docente ritiene ci sia bisogno di un nuovo patto sociale e di “provvedimenti strutturali, non solo nel campo economico”. Avvertendo che, “nonostante tutto la gente, tra l’avversato Piñera e i violenti filo-venezuelani, sceglierebbe a malincuore il primo”.

Si parla di nuova Costituzione o, in ogni caso, di ampie riforme costituzionali. È d’accordo?
Abbiamo il sistema presidenziale più forte dell’America Latina. La volontà del presidente conta tantissimo. Certo, di fronte a questa situazione, un cambiamento istituzionale è necessario. Ma serve un progetto a lungo termine, di ampio respiro. Cosa non facile se si resta nell’attuale quadro politico e istituzionale. A Piñera mancano due anni, uno dei quali, in pratica, di campagna elettorale.

Se lo sono chiesti in tanti: cosa ha provocato un’ondata così forte di malcontento?
La gente ha detto basta, l’aumento di 30 pesos dei biglietti della metro è stata la goccia che fa traboccare il vaso, il punto d’esplosione di un’incubazione lunga trent’anni. Stiamo vivendo il trionfo del capitalismo neo-liberale che divora tutto.

Il Paese e soprattutto la capitale sono stati edificati su misura di chi ha molte risorse.

Recentemente sono stato in Europa, e devo dire che la vita è meno cara che a Santiago. La classe media è in grave difficoltà, le pensioni sono le più basse del mondo. La protesta poteva partire in qualsiasi modo.

Il Governo ha cercato di porre rimedio con alcune concessioni e provvedimenti. Ma pare non funzionare. Perché?
Sono stati presi provvedimenti di ordine economico, ma non strutturali, il malcontento al massimo viene mitigato. Secondo me, il problema della società cilena sta più in profondità.

E cioè?
Nel cattivo sistema educativo che si è sviluppato nella società. I cittadini non vengono educati a impegnarsi, a decidere, a puntare sullo sviluppo. Abbiamo una società rigida e immobile, gente finora passiva. Anche della protesta di queste settimane a me colpisce una cosa: manca un leader riconoscibile. Una cosa insolita. E così, i politici aspettano che passi la crisi, la gente continua a protestare, ma nessuno mette a fuoco il fatto che servono rimedi strutturali.

Lei usa parole dure nei confronti del neo-liberismo del Governo. Ma fino all’altro giorno al potere c’era una presidente di sinistra, Michelle Bachelet…
I socialisti hanno portato avanti politiche prettamente neo-liberali, direi più di ogni altro. Hanno privatizzato l’acqua e numerosi servizi, l’impresa privata è diventata centrale, l’economia di mercato il marchio di fabbrica di questo Paese. Tutto ha un prezzo, a cominciare dalla scuola, dal sistema educativo.

Alcuni aspetti dell’architettura sociale del Cile sono ancora quelli di Pinochet. Non è inquietante?
Però è difficile che si torni indietro, anche se i carri armati sulle strade ha fatto molta impressione.

In realtà molte ferite sono ancora aperte, molte famiglie hanno avuto parenti desaparecidos.

Pinochet parlava di miracolo economico, ma il benessere è arrivato con la democrazia. E’ vero però che fin da subito il benessere è stato “per pochi”, il Cile ha iniziato a strutturarsi con il modello neo-liberale.

Difficile uscirne. Se è mancata una “vera sinistra” al Governo, ora ci sono gruppi estremisti che commettono continue violenze.
È un altro aspetto preoccupante. Si è parlato di infiltrazioni internazionali, io credo che se la gente dovesse essere chiamata a scegliere tra il neoliberalismo del tanto odiato Piñera e il sistema cubano o venezuelano, si terrebbe a malincuore il presidente che ha.

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