Dopo il caso Segre: l’antisemitismo si batte con la relazione

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Alberto Castaldini

Ferisce la notizia che la senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoah, riceva ogni giorno circa 200 messaggi di odio. L’evento non è isolato. L’Osservatorio Antisemitismo del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano ha registrato un preoccupante aumento degli episodi di intolleranza di natura antisemita in Italia. Nei primi nove mesi di quest’anno sono stati 190: un numero più elevato rispetto allo stesso periodo nel 2018. Di questi il 70% è avvenuto on-line.

Senza dubbio l’anonimato dei social favorisce, su diversi fronti, la manifestazione di sentimenti la cui bassezza va di pari passo con la viltà che ne anima l’espressione.

L’obiettivo è sostanzialmente univoco: calpestare la dignità dell’altro. Con la conseguenza di rinnegare la propria. Questa strategia quotidiana, profondamente divisiva, prende di mira tutto ciò che quella stessa dignità preserva e riscatta. L’appartenenza religiosa, che connota in una prospettiva trascendente la dimensione umana e la eleva, viene oltraggiata con particolare pervicacia.
La discendenza carnale e spirituale di Abramo paga in tal senso, e da sempre, un altissimo prezzo. Le ragioni storiche sono complesse, intricate, molti gli errori commessi, i condizionamenti subìti, la difficile mutua comprensione fra quella innumerevole figliolanza, ma un progetto di iniquità appare stabile, ricorrente: impedire la bontà della relazione umana che completa l’individualità. In una parola: rifiutare il messaggio di Genesi, il dono di Bereshit, che da Adamo, passando per Noè e col sigillo di Abramo è diventato un’eredità universale.
Il popolo ebraico da questo oscuro disegno è stato ripetutamente travolto. Sono passati 75 anni dai giorni in cui la macchina dello sterminio raggiungeva nel cuore dell’Europa il suo apice quantitativo: la deportazione della popolazione ebraica dall’Ungheria rappresentò il vertice della pianificazione criminale del regime nazionalsocialista. Nell’estate del 1944 vennero deportati ad Auschwitz quasi 440mila ebrei. In pochi mesi, fino all’autunno dello stesso anno, si realizzò l’esito estremo di quella anti-Genesi avviata anni prima, inizialmente con le leggi dello Stato, non solo in Germania, e poi attuata con i metodi della guerra di sterminio.

Ma quel Nulla operante è ancora attivo, non solo latente.

Perché il suo principio ha la capacità di mascherare la sua malvagità. Lo spirito critico, compiuta vocazione creaturale che la sapienza biblica ha trasmesso all’umanità intera, del quale l’ebraismo si è fatto portatore nel suo multiforme contributo alla modernità, invoca – di fronte all’intolleranza e all’odio – la corresponsabilità di ciascuno di noi verso l’altro, per relazionarci in modo fecondo e reattivo con gli eventi, anche con episodi quotidiani per nulla marginali nella loro pericolosità.
Perciò facciamo quotidianamente nostre, come i rabbini descritti da Martin Buber o Isaac Bashevis Singer, le domande di Abramo, di Mosè, di Giacobbe, persino le sofferenze di Giobbe, cui nessuno è estraneo al di là del suo credo. Perché furono l’assenza di domande, la rinuncia alla responsabilità comune e all’empatia, l’imposizione e l’accettazione di un’esclusiva visione del mondo, a negare i diritti fondamentali dell’uomo, sprofondandolo in un vortice di dolore senza precedenti nella storia. E facciamo infine nostra la lezione di un grande pensatore di origine ebraica, Hans Jonas, quando reinterpretando l’imperativo kantiano, affermò: “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra”.

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