Scuola, l’apprendimento dovrebbe evitare la competitività

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Silvia Rossetti

La classe è una microcellula sociale interessante. Al suo interno si tessono relazioni e si svolgono dinamiche. Trascorse le primissime settimane di scuola, all’interno delle quattro mura dell’aula si instaura un certo “clima” fra le diverse componenti e la buona riuscita dei percorsi di apprendimento ne sarà fortemente condizionata.

Sono numerose e molto attendibili le ricerche che studiano e approfondiscono la qualità delle relazioni fra il gruppo dei pari e i docenti. E’ ormai scientificamente provato che le buone strategie di comunicazione e interazione fra gli individui portino positive ripercussioni anche nei processi della didattica.

Se il gruppo riesce a diventare una risorsa, perché così viene “costruito” dall’insegnante nel tempo, allora la qualità delle prestazioni della classe sono più elevate e anche più interiorizzate.

All’interno del gruppo l’insegnante non è soltanto strumento della trasmissione dei saperi, ma vero e proprio regista, o per meglio dire caregiver, portatore di cure e benessere agli alunni che gli sono stati affidati. Di essi raccoglie curiosità, incertezze, fragilità e aspettative. Media e modera interventi, tramite il suo giudizio li filtra e consente che si creino le condizioni affinché tutti i ragazzi possano trovare una zona di conforto all’interno della classe e possano essere accolti mantenendo la propria identità e, di conseguenza, diversità.

Il clima di classe è prodotto dalla combinazione di diversi fattori: la prevenzione degli atteggiamenti negativi e disgreganti, la cura dei bisogni individuali, la cooperazione fra i pari, l’organizzazione degli interventi e della didattica, l’acquisizione di una coscienza collettiva.

Questi step possono essere realizzati sulla base di relazioni significative e affettivamente valide fra i diversi attori. Molto spesso le cattive relazioni sono anche sintomo di una impostazione sbagliata e fuorviante della comunicazione.

La cooperazione, la prevenzione delle negatività e la coscienza collettiva possono generare una sorta di “effetto Pigmalione” allargato. La prestazione scolastica, a quel punto, non è più una questione individuale, ma chiede il supporto del gruppo.

La cura dei bisogni individuali e l’organizzazione degli interventi didattici, invece, portano all’ineludibile “riconoscimento reciproco”, che dovrebbe instaurarsi subito tra docenti e discenti. Più frequente e rassicurante, invece, è la diffusa impostazione asimmetrica e gerarchica del rapporto fra docente e allievi. L’autorevolezza non è da confondersi con l’autoritarismo.

L’apprendimento dovrebbe poi evitare la competitività, ma declinarsi attraverso la pluridimensionalità dei metodi di conoscenza: l’esplorazione del sé, l’incentivazione della curiosità, il confronto e lo scambio.

Insomma, la classe come microcellula è l’avamposto sociale per combattere il disagio, l’emarginazione dell’essere umano e la tendenza tipica del nostro tempo all’individualismo esasperato. La scuola può far molto per reimpostare qualità e struttura delle relazioni dell’intera società e anche per stemperare alcune asperità tipiche dell’adolescenza, evitando che degenerino in chiusure e rinunce.

La posta in gioco è alta, soprattutto una scuola accogliente e formativa può essere una risposta valida alla destrutturazione della famiglia e alla dispersione valoriale in atto.

Inoltre, una scuola che forma, oltre che istruire, previene l’abbandono scolastico e riesce a orientare efficacemente i giovani valorizzando le loro attitudini.
Si tratta di interventi concreti, che vanno ben oltre la critica alle nuove generazioni e la lamentatio fine a se stessa.
Non preoccupiamoci dei giovani, occupiamocene.

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