Ridurre l’uso di contante senza penalizzare i più deboli

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Paolo Zucca

Meno contante, meno rapine. Quanto vale la sicurezza? Troppo contante, un’abitudine che può diventare rischiosa.

C’è molto ideologia nel dibattito di questi giorni sul diritto a utilizzare sempre il contante a fronte di un Governo che, al contrario, incentiva l’utilizzo di carte di credito (cioè quando la banca presta denaro che verrà restituito a fine mese) o di debito (sono i bancomat o le prepagate dove i soldi ci sono già).

I sostenitori delle banconote temono una forzatura delle abitudini a vantaggio dei grandi circuiti delle carte di plastica e delle banche, le possibili violazioni della privacy, i rischi di frodi digitali e anche maggiori costi (è il lamento degli esercizi commerciali). Dall’altra i fautori dei pagamenti digitali spingono sulla praticità della carta plastificata, la riscontrabilità futura (poter confermare a distanza di anni di avere pagato la tal multa), una maggior sicurezza perché non si porta denaro addosso e non lo si tiene in casa perché attira i malviventi. La carta smarrita si può bloccare, il denaro caduto è perso.

L’attuale limite dei pagamenti cash a 3mila euro è ritenuto da una parte una libertà che aiuta il commercio, un’altra parte di italiani chiede di abbassare il tetto al contante per far emergere un’economia che schiva parzialmente le tasse.

La preferenza degli italiani è nota: ancora nel 2018 il numero di transazioni elettroniche pro-capite era 52,2 l’anno, contro 197,6 della Francia, oltre 300 nel Regno Unito e i Paesi del Nord Europa. La Germania invece ama il contante e si ferma a 64 operazioni l’anno. Nelle modalità di pagamento si riflettono comportamenti culturali, la demografia, la capacità di gestire le tecnologie. Quando dal numero di operazioni si passa ai valori transati la Penisola recupera qualche posizione di fondo classifica a testimonianza che – per semplificare – si paga la spesa al supermercato e non la colazione al bar.

Il Governo, con qualche tensione interna, vuole ridurre gradualmente da 3mila a mille il tetto massimo di ogni pagamento in contante, vuole incentivare i recuperi fiscali per creare il “contrasto di interessi” (se pago in forma tracciabile il tapparellista – è solo un esempio, vale per tanti servizi – avrò deduzioni quindi non accetterò lo sconticino proposto a chi paga in nero); viene aggiunta anche una lotteria per estrarre premi significativi fra chi ha pagato con carte o anche con il cellulare. Di lotterie ne abbiamo fin troppe, si punta ancora sul contrasto di interessi. Se saldo la prestazione in forma tracciabile e il mio numero di pagamento entra in un’estrazione perché rinunciare alla pur minima probabilità?

Quando si prova a uscire dall’ideologia degli schieramenti, emergono altre valutazioni meno individuali e più collettive. Innanzitutto la sicurezza. Nel 2017 ci sono state oltre 30mila rapine finalizzate a razziare denaro contante, la criminalità grande e piccola cerca le banconote pulite. La rapina in banca è molto meno diffusa che in passato e nei dati ufficiali al primo posto ci sono esercizi commerciali e locali pubblici, seguono le farmacie (677), e poi le banche (373), le tabaccherie (333), i distributori di carburante (307) e gli uffici postali (297). Nel 2007 le rapine in banca erano state 3.364 e nel 2018 erano scese ancora a 264, merito dei sistemi di sicurezza e del minor numero di filiali con cassa. Se c’è pochissimo contante la rapina in banca è meno conveniente per la malavita che infatti si rivolge ai furgoni portavalori o altri punti di denaro liquido.

Se girano meno contanti, anche un supermercato guadagna in sicurezza; così un tabaccaio, un negozio e così via. Quanto vale quella maggior sicurezza per dipendenti, clienti, passanti, guardie giurate, forze dell’ordine e per la collettività intera?

Sicurezza in casa o in strada. Troppo denaro a portata di mano attira borseggiatori o truffatori (odiose le truffe in casa agli anziani che provocano paura di aprire e perdite di autostima). I soldi liquidi si possono nascondere nell’ultimo cassetto, la carta senza il codice di sicurezza (Pin) è un pezzo di plastica.

E c’è un tema di equità fiscale – sollevata dal Governo che cerca affannosamente nuove risorse – dove si rischiano schematismi: la grande evasione è quella societaria, non è quella dell’artigiano in casa o del bar, non tutti quelli che preferiscono farsi pagare in nero sono evasori incalliti. Anzi, la maggioranza batte lo scontrino e poi spesso predilige il contante. Molti artigiani storici non saprebbero usare un Pos (Point of sale, le macchinette portatili dove introdurre le carte) e molti loro clienti anziani diffidano delle tecnologie. Per questo

sarebbe utile un intelligente gradualismo,

magari un aiuto dei figli e dei nipoti per imparare a digitare numeri (proteggere carta e soprattutto i codici di sicurezza). Anche gli enti locali, le associazioni dei commercianti e degli artigiani, i circoli, i centri di assistenza ai cittadini hanno l’opportunità di spiegare quanto sta cambiando e favorire un passaggio tecnologico minimo che appare, a questo punto, indispensabile.

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