Beirut, il popolo unito contro la fame

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Michele Zanzucchi

Chi pensava che il palloncino si sarebbe sgonfiato in poche ore si è sbagliato. Il premier Hariri ha chiesto 72 ore ai partiti per poter ripartire con più lena, o forse solo per guadagnar tempo: oggi la polizia è schierata più giudiziosamente. Anche se i provocatori sono non pochi, li si riconosce pronti a menar le mani e spaccar vetrine per togliere legittimità e credibilità alla protesta che la massima parte degli intervenuti vuole civile. Nasrallah, il leader degli Hezbollah, fa la ramanzina via televisione a coloro che vogliono far cadere il governo, mentre in genere tutti i partiti istituzionalizzati paiono inermi di fronte a chi li contesta con la forza dell’ingenuità. E i partiti non sanno bene come rispondere all’ultimatum di Hariri, o forse sono tutti d’accordo nel cercare di sgonfiare la bolla della contestazione.

Anche le rivolte hanno i loro ritmi: dopo il riposo notturno, o piuttosto mattutino, e una buona colazione, ecco che si scende di nuovo in piazza per protestare, ma forse ancor più per sentirsi vivi, come Paese, come popolo, al di là del risultato contingente che potrà essere ottenuto dalla folla. Il popolo ha indiscutibilmente una sua bellezza, una sua forza. Certo, ai margini del mare di sorrisi e lo sventolio birichino delle bandiere, ecco i ghigni di chi vuole approfittare della situazione o cavalcare la tigre: di loro bisogna diffidare, non dei manifestanti.

Molto più dei poliziotti che guadagnano 560 dollari al mese, e che se la lira svalutasse perderebbero il 20-30 per cento del loro potere d’acquisto già minimo, visto che sono pagati in lire libanesi.

Il flusso cresce, arrivano folle da est (i cristiani) e da ovest (i musulmani), abbigliamenti diversissimi ma stessa energia negli sguardi, qualcuno porta dei cassonetti o delle inferriate divelte per rafforzare le barricate, arriva un mare di bandiere e uno di mascherine contro il fumo, e poi donne velate a braccetto con donne velate e bimbi e nonni e papà e mamme. C’è chi protesta contro Hezbollah e chi contro Bassil, il genero spavaldo del presidente Aoun e ministro degli Esteri.

Ma c’è soprattutto il popolo a-politico, o meglio a-partitico, perché questa gente ora sta facendo politica, la polis è loro.

Gli slogan e i canti si accavallano e si confondono incomprensibili anche agli arabi, ma sono come una musica della folla, dal ritmo sincopato ma con una sua melodia. La gente sorride quando scorge il cronista scrivere sul taccuino, c’è fiducia, questo è un luogo di fiducia, merce rara di questi tempi. Dei ragazzi puliscono i danni dei teppisti con le scope portate da casa. Il muezzin prega dai minareti della Grande Moschea, poi suonano le campane della cattedrale maronita contigua. Paradossale Libano, inutile cercare di capirlo secondo i nostri criteri occidentali.

Dalla Nigeria, arriva l’appello anche del patriarca maronita Béchara Raï che ha invitato il governo libanese a dichiarare “lo stato di emergenza economica” e “trovare soluzioni per impedire il collasso dello Stato”. “Preghiamo per il Libano, preghiamo che Dio tocchi la coscienza dei leader e li aiuti a trovare le soluzioni necessarie e rapide alla crisi economica e sociale”. Il Patriarca da voce alle sofferenze del popolo, parla di una crisi di fame, “una minaccia della vita dei libanesi per la prima volta dopo la carestia del 1914”.

“Se quest’ultimo era causato dallo straniero, ciò che è triste è che oggi la crisi viene dall’interno “, ha detto.

A scendere in piazza sono anziani, giovani e bambini. Hanno dimostrato con la loro diversità che sono un popolo e insieme chiedono di vivere con dignità.

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