“The shoah party”, la chat dell’orrore

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Paolo Bustaffa

“Purtroppo il cellulare per molti giovani è diventato il manganello verbale con cui infierire sui più deboli. Siano essi malati, anche terminali, o animali sottoposti a ogni tipo di vessazione e sadismo sessuale”.

Tutto è venuto a galla per via della denuncia di una madre “con la testa a posto” accortasi di quanto stava accadendo al figlio avendo lei accesso, con debito consenso, al suo telefonino.

Ha aperto la chat e, ha detto, “Lì è cominciata la discesa nel gironi dell’inferno”.

Poco dopo la metà di ottobre la notizia di questa mostruosità è apparsa sui media suscitando incredulità e sconcerto. Come peraltro sempre accade al verificarsi di casi analoghi. Per spegnersi poco dopo.-

E’ tornato il richiamo alla crescente fragilità educativa degli adulti e, in particolare, all’assenza di linguaggi che consentano di tenere aperta una comunicazione responsabile tra generazioni.

Marco Bertoluzzo, criminologo, afferma: “La vicenda ancora una volta pone la questione urgente del limite. Limite dal punto di vista educativo e per arrivare all’uso delle tecnologie che abbia senso. Il mondo adulto, famiglia e scuola, non governa più il limite, la norma”.

Il senso del limite è stato svuotato ed è così passato il messaggio che il rispetto della norma riduce la libertà piuttosto che garantirla a ognuno e a tutti.

E se il senso del limite viene tradito non può che scatenarsi la trasgressione e farne una strada di libertà mentre è drammaticamente il contrario.

Come aiutare a comprendere il grave rischio che corrono una persona e una società se il terreno educativo frana sotto i colpi del delirio di onnipotenza che si alimenta con una cattiva interpretazione delle conquiste della tecnologia e della scienza?

E’ a questo punto che si inserisce l’urgenza di ripensare e rilanciare i luoghi educativi a partire dalla famiglia, dalla scuola, dall’associazionismo per scoprire e sperimentare il valore e il senso del limite.

Non si tratta tanto e solo di produrre sussidi quanto di far nascere e qualificare la passione educativa nelle persone e nelle comunità. Perché entrambe prendano coscienza che educare è l’arte per trasmettere il messaggio che il limite agli egoismi e ai deliri di onnipotenza consente di crescere liberi. Nella consapevolezza che non c’è libertà senza responsabilità.

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