“The shoah party”, Dove erano gli adulti?

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Alberto Campoleoni

The shoah party”. Anche solo l’accostamento delle due parole – Shoah, una delle più grandi tragedie di tutti i tempi e party, cioè festa – genera un moto di disgusto e di ribellione. Superato questo primo impatto, però, ecco che l’orrore si moltiplica e si materializza davanti agli osservatori un mondo che non ci si aspetta.

Stiamo parlando di una chat di WhatsApp frequentata prevalentemente da ragazzini, partita da un gruppo nel Torinese e via via capace di infettare il web – e le coscienze – ad ampio raggio. Dicono le cronache che le immagini e i video presentavano scene di violenza inaudita a sfondo sessuale, nazista e islamista. Nella chat entravano minorenni e per gli inquirenti – che dopo mesi si indagini sono riusciti a risalire agli amministratori del gruppo, a quelli che lo hanno creato e alimentato: minorenni e maggiorenni, tutti residenti nella zona di Rivoli – la partecipazione al gruppo era una sorta di prova di maturità. Al momento sono indagati 25 ragazzi, 16 minorenni, tra i 13 e i 17 anni, e 9 maggiorenni tra 18 e 19 anni. La Procura per i minori di Firenze ha indagato tutti per detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico, istigazione all’apologia di reato avente per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali.

L’indagine è partita dalla denuncia di una madre che ha “controllato” il telefonino del proprio figlio e si è trovata davanti uno scenario agghiacciante. Così, nel gennaio scorso si è recata dai carabinieri di Siena, da dove sono partite le indagini. Una denuncia provvidenziale, spiegano i carabinieri, che pure sottolineano come la diffusione della chat abbia interessato molte regioni d’Italia e moltissimi ragazzini hanno potuto osservare “le immagini di pedopornografia, di enorme violenza, di apologia del nazismo e dell’islamismo radicale che vi erano contenute”.

Una sola denuncia. Viene da chiedersi dove fossero altri adulti, o come sia stato possibile che nessun occhio attento si sia posato sulle immagini e sui video negli smartphone dei ragazzini. Ma viene anche da domandarsi – e qualche esperto lo ha fatto da subito – come sia possibile che tantissimi minorenni semplicemente non si ribellino di fronte a immagini e scene come quelle scoperte dai carabinieri. Molti, certo, si saranno spaventati, uscendo dalla chat. Molti altri ne avranno riso? Tantissimi hanno inoltrato.

E’ evidente che un fatto come questo chiama in causa le responsabilità degli adulti. Dei genitori – grazie mamma coraggio – e della scuola, di chi si occupa di educazione. Ma c’è anche chi ha puntato il dito su un problema che riguarda più da vicino i ragazzi, parlando di “analfabetismo emotivo”, l’incapacità di provare immedesimazione e compassione verso gli altri, di riconoscere e controllare le proprie stesse emozioni. Così anche le immagini più violente scivolano via, in quel confine indistinto tra realtà e videogioco. L’emergenza è qui: aiutare i nostri ragazzi a valutare la sofferenza che le nostre azioni possono procurare ad altre persone, i contesti relazionali nei quali si trovano immersi anche senza che se ne rendano conto. Perché confusi tra virtuale e reale. Aiutarli a cogliere la differenza fra bene e male, tra giusto e ingiusto, lecito e illecito.

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