Farmaci personalizzati

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Maurizio Calipari

Farmaci “personalizzati”, ovvero specificamente realizzati per recare beneficio ad una determinata persona malata, in base alle sue proprie caratteristiche biologiche. Un’arma in più nelle mani della medicina, ancora testata nei primi esperimenti clinici, ma che, in un futuro prossimo, potrebbe essere applicata in modo più ampio e diversificato.

Per comprendere meglio di cosa stiamo parlando, facciamo riferimento ad un esempio: la molecola “milasen”. Come riportato in un recente articolo del New England Journal of Medicine, la sua denominazione deriva direttamente dal soggetto per cui è stata sintetizzata, Mila Makovec, una bimba di 8 anni che vive in Colorado (USA), affetta dal morbo di Batten (ceroidolipofuscinosi neuronale giovanile), una malattia congenita neurodegenerativa, su base genetica, caratterizzata da una progressione rapida e con esito spesso fatale. Si tratta di una rarissima patologia, che negli USA colpisce 2-4 bambini ogni centomila nati.

A partire dall’età di 3 anni, Mila ha manifestato i primi sintomi di questa grave patologia che, in soli cinque anni, l’ha resa incapace di nutrirsi (necessità di un sondino per mangiare), di stare in piedi e sostenere la testa da sola. Inoltre, l’ha privata della vista e di gran parte della capacità di parola, oltre che causarle quotidianamente una trentina di crisi convulsive. Una situazione obiettivamente devastante!

Per di più, un’accurata diagnosi giunta alla fine del 2016 rivelava il caso di Mila come particolarmente complesso. La malattia di Batten, infatti, è una condizione a “trasmissione autosomica recessiva”, che per la sua manifestazione clinica necessita l’aver ereditato dai genitori due versioni mutate del gene CLN7. La stranezza è che Mila ne presentava soltanto una; l’altra copia appariva normale, fatto che – almeno teoricamente – avrebbe dovuto prevenire la comparsa del disturbo.

In realtà, pochi mesi dopo, Timothy Yu e alcuni colleghi del Boston Children’s Hospital, approfondendo l’analisi del caso, hanno scoperto che il problema della copia intatta del gene era un frammento extra di DNA, che interferiva con la produzione di un’importante proteina. In pratica, quando le cellule provavano a leggere le istruzioni genetiche per la produzione di proteine per i lisosomi (gli organelli che si occupano della pulizia cellulare), queste istruzioni venivano “tagliate” prematuramente, lasciando il processo a metà. Con i lisosomi fuori uso, il materiale di scarto si accumula all’interno delle cellule e ne causa la morte prematura.

A questo punto, Yu e colleghi hanno un’intuizione: un farmaco biologico a base di “oligonuclidi antisenso” poteva risolvere il caso di Mila. Questi brevi frammenti di materiale genetico, infatti, si legano alle “istruzioni sbagliate” nelle cellule del paziente mascherandone l’errore e consentendo così la corretta produzione della proteina necessaria.

E’ ovvio che sviluppare un farmaco cucito sulle esigenze di Mila sarebbe stato molto costoso, ma era l’unica opzione rimasta per salvarla. Così, in soli otto mesi, il processo sperimentale è stato elaborato e implementato nelle sue varie fasi, rendendo possibile che, il 31 gennaio 2018, Mila ricevesse la prima iniezione del farmaco nel midollo spinale (una corsia preferenziale per il cervello). Oggi, a 20 mesi dalla prima somministrazione, il bilancio è parzialmente positivo: le crisi convulsive sono diminuite sensibilmente (un massimo di sei al giorno) e durano meno; Mila ha raramente bisogno del sondino e si nutre di cibi frullati. Ancora, purtroppo, non riesce a stare in piedi da sola, ma quando la si aiuta a rimanere eretta, sorregge il collo in autonomia. Non si sono verificati effetti collaterali, ma non ha recuperato la vista o le capacità linguistiche: il trattamento non è stato in grado di agire sui danni pregressi.

Dunque, il “milasen”, ritenuto il primo farmaco destinato a un singolo paziente, apre notevoli speranze allo sviluppo della cosiddetta “medicina personalizzata”. Unendo le forze di diversi laboratori e compagnie farmaceutiche si potrebbero creare farmaci come quello che sta forse salvando la vita a Mila (ma che non è adatto agli altri pazienti con malattia di Batten, perché basato sulla specifica alterazione genetica della bambina). Ma oltre alle sfide scientifiche ancora da superare, resta anche da risolvere il problema economico, in un difficile rapporto costi/benefici, come avviene sempre purtroppo quando abbiamo a che fare con una malattia rara. Lo sviluppo di un farmaco così innovativo, infatti, necessita di un investimento di diversi milioni di dollari, per un beneficiario di fatto “singolo”. E al mondo, si contano circa 1,4 milioni di pazienti con rare e fatali malattie genetiche neurodegenerative, potenziali candidati a trattamenti come quello descritto. E’ ovvio che, di fronte a simili scenari, le scelte si spostano di livello, collocandosi sul piano etico, politico e sociale: un’ulteriore sfida, da affrontare insieme per il nostro futuro.

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