Ottobre ‘43, deportazione degli ebrei di Roma

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Hortensia Honorati

È l’alba del 16 ottobre 1943, quando gli uomini della Gestapo invadono le strade di Roma. Non c’è distinzione di quartiere per il rastrellamento, ma ad essere maggiormente colpita sarà la zona del Portico di Ottavia, cuore del ghetto ebraico.
Già dalla sera prima, all’ordine del capitano Theodor Dannecker, le truppe tedesche iniziano a diffondere la paura. Raffiche e sventagliate di mitra per le strade, lanci di bombe a mano alternati a momenti di silenzio assoluto. La città è paralizzata dal terrore. Obiettivo dei nazisti non è solo spaventare, soprattutto costringere la gente a tapparsi in casa, nascondersi, perché così catturare le prede diventa molto più facile.
E così, all’alba di quel sabato nero di 76 anni, 1259 persone vengono prese e trascinate fuori dalle proprie abitazioni: 689 donne, 363 uomini e 207 bambini. Tra le urla, gli strazi e il terrore, la scena si sposta al collegio militare in via della Lungara, qui si effettua un controllo dei documenti di identità e 237 persone vengono rilasciate perché stranieri o componenti di famiglie di sangue misto. Ma da quel momento, a parlare sono poche immagini: il binario 1 della stazione Tiburtina, 18 vagoni piombati carichi di ebrei e una destinazione: Auschwitz. Il viaggio dura 5 giorni in condizioni insopportabili. Sui carri bestiame non ci sono servizi igienici, non c’è spazio per sedersi né per stendersi se non a turno, i portelloni del treno non vengono mai aperti. L’asfissia, la vergogna, e l’umiliazione sono scanditi dalla sete e dai morsi della fame. A casa ne torneranno solo 16 (15 uomini e una donna), tra questi nemmeno uno dei bambini che era partito.
In una spirale di male senza precedenti, il rastrellamento degli ebrei di Roma assume una connotazione particolare in quanto ad essere colpita è la città del Papa. I tedeschi danno così un altro segnale al mondo: la forza dei loro ideali non si piegherà di fronte a nulla e nessuno, nemmeno al potere del Pontefice.

“Se vogliamo che la memoria non si limiti a una semplice commemorazione e assolva invece al compito di monito perché tali tragedie non abbiano a ripetersi, allora dobbiamo guardare alla storia, ripercorrendo la successione degli eventi”.

Così Massimo Finzi, assessore alla Memoria di Roma Capitale, ha introdotto l’evento che questa mattina ha fermato per qualche ora la frenesia dei pendolari che ogni giorno passano dalla Stazione Tiburtina. Tra un annuncio di partenza e un avviso di ritardo, la commemorazione della deportazione degli ebrei ha coinvolto come primi partecipanti gli studenti della scuola media Sinopoli di Roma, che hanno accompagnato le letture di Ivan Costantini e Ilaria Patamia con la musica, in particolare con le parole del Salmo 23, cantato dalle scolaresche nel giorno della Memoria.

“È stata una tragedia e non deve più succedere”,

ha sottolineato Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica di Roma, perché “la memoria – ha aggiunto la professoressa Annunziata Di Rosa, dirigente scolastico dell’Istituto – è il punto di incontro di tutto, è il momento in cui ci raccordiamo col passato e ci muoviamo e camminiamo verso il futuro”. L’ascolto attonito dei ragazzi di fronte alla descrizione di una carneficina come quella della seconda guerra mondiale, viene spezzata solo dalla storia di persone come Michele Bolgia, il ferroviere eroe che silenziosamente cercava di liberare quante più persone dai vagoni, aprendo i portelloni di nascosto e che venne successivamente ucciso nelle Fosse Ardeatine; o come la badante della famiglia Perugia, che per non lasciare sola la signora per cui lavorava, non rivelò di essere cattolica e salì anche lei su quei vagoni. Musica, letture, memoria e qualche istante di silenzio per non dimenticare e perché di fronte a un male così inspiegabile l’unica vendetta è continuare a raccontare.

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