La misura dell’adolescenza è anche la solitudine

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Silvia Rossetti

Il tragitto casa-scuola è la prima frontiera dell’autonomia.
In genere, si tenta alla fine della primaria quando “andare a scuola da soli” diventa una specie di prova di coraggio e di crescita.
I ragazzi, zaino in spalla e sneakers ai piedi, si muovono in piccoli gruppi. Prima di arrivare a meta, si fermano a fare provviste per la mattinata da trascorrere a scuola. Oppure si confrontano sulle lezioni del giorno. Ciarlano e ridacchiano.
Sui mezzi pubblici sono “voluminosi” e maldestri, goffi nei movimenti. Fino a che non imparano ad alleggerire il carico e abbandonano perfino abbandonano la gigantesca cartellina con le righe e le squadre, fida compagna dei mesi precedenti.
Col tempo i gruppetti si smagliano, diventano coppie al massimo. Il chiasso delle chiacchiere dei compagni viene soppiantato dalla musica che gli auricolari sparano nelle orecchie.
Ed è proprio lì che inizia l’adolescenza vera e propria, con l’avvento degli auricolari e quando il “cammino” diventa un pellegrinaggio solitario.
La misura dell’adolescenza, dunque, è anche la solitudine. La necessità di vivere un distacco prima di tutto dai familiari, ma in un certo senso anche dagli amici.
Essere soli. Stare soli. Sentirsi soli.
Ecco tre step importanti di una fase assai delicata della crescita dell’individuo, difficile da essere compresa e gestita. Dolorosa, per certi versi, e salvifica, per altri.
Lo spazio della solitudine è da sperimentare, è lì che si prendono le misure col proprio io e si esplora la propria interiorità. L’immersione nella propria coscienza è il passaggio di confine tra l’essere soli e lo stare soli.
A una certa età si “smania” per esser lasciati soli. La propria stanza diventa un rifugio dove barricarsi.
Esser soli, poterci stare, equivale a esser grandi. Poi la solitudine diventa un “vizio”, come direbbe Pavese. Ma oggi la solitudine, lo abbiamo detto tante volte, non è mai impenetrabile. E’ pervasa dal virtuale e dalla rete. Lo smartphone prende il posto del diario segreto e, in qualche caso, perfino dell’amico del cuore. Quella scatoletta nera è un piccolo nefasto invasore, il più delle volte. Una interferenza continua al fluire dell’essere e alla completa immersione in se stessi. Impedisce la “speculazione” interiore e può generare illusioni pericolose.
Soprattutto può condurre oltre le soglie dell’esser soli e traghettare in un isolamento fatto di ologrammi e di relazioni fluide. Può diventare una sorta di oracolo da consultare in maniera ossessiva.
Nelle peregrinazioni metropolitane l’esser soli degli adolescenti diventa quasi un viaggio in una dimensione parallela, che sfiora soltanto il fluire comune. Un “sottosopra”, un mondo inverso, pervaso dalla musica ed emotivamente separato. In cui, però, lo smartphone mantiene un ruolo privilegiato.
Gli adolescenti sono tra noi? Oppure ci arriva soltanto il loro riflesso?
Sono ineffabili, dopo le prime irruente e goffe apparizioni imparano a mimetizzarsi, avvolti in una coltre di silenzio “esterno”. Bozzoli in evoluzione, al cui interno vibrano assieme alla musica molteplici emozioni.
Ci osservano dal loro “sottosopra” e ci giudicano, come noi giudichiamo loro.
Non è un “male” questo essere separati, anzi è una fase funzionale dello sviluppo. La parte difficile è accettarla. Per i genitori si tratta di un momento davvero critico e insidioso. La solitudine del proprio figlio fa paura, perché esce dal controllo e apre squarci su orizzonti ignoti. E’ poi segnata da una profonda incomunicabilità e anche da pesanti contrapposizioni.
Il tragitto casa-scuola non è che il primo passo, il momento in cui l’uccellino tenta il volo con il genitore che ne segue alla distanza le acrobazie e i capitomboli. Apre le danze a un turbinio e rimette in gioco l’assetto stesso delle famiglie. Muta gli equilibri, impatta anche sulla relazione fra marito e moglie.
Fanno tenerezza questi ragazzini che percorrono le nostre strade al mattino con la bustina della merenda in mano. Ci sembrano talmente piccoli…
Eppure il tempo chiede il suo tributo. Occorre trovare il coraggio di lasciarli andare e soprattutto di aver fiducia in loro.

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