Siria: testimonianze da Qamishli dove i cristiani hanno scelto di restare

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Daniele Rocchi

“Il mio pensiero va ancora una volta all’amata e martoriata Siria da dove giungono nuovamente notizie drammatiche sulla sorte delle popolazioni del nord-est del Paese, costrette ad abbandonare le proprie case a causa delle azioni militari: tra queste popolazioni vi sono anche molte famiglie cristiane”. Sono arrivate anche a Qamishli, la città siriana al confine con la Turchia dove in questi giorni sono in corso scontri tra forze curde e esercito turco, le parole di Papa Francesco ieri all’Angelus.

“Sono parole che ci danno un grande conforto” dice al Sir padre Nareg Naamo, rettore del Pontificio Collegio armeno di Roma. Il sacerdote armeno-cattolico è originario di Qamishli dove vive la madre con il resto della sua famiglia e per questo in costante contatto con la Siria. E dal confine con la Turchia arrivano notizie di “movimenti delle truppe regolari siriane che stanno prendendo posizione lungo le postazioni lasciate dalle forze curde dopo l’accordo con Damasco”. Le colonne militari del presidente Assad sono entrate a Tell Tamer, a 35 km dal confine con la Turchia e puntano a raggiungere Kobane, simbolo della resistenza curda all’Isis, e Manbij, due città nelle mire anche di Erdogan che da quelle parti vuole far passare la sua “zona cuscinetto”. L’esercito siriano, inoltre, è a poche decine di chilometri da Raqqa, già capitale dello Stato islamico.

“La popolazione vuole tornare a vivere senza paura di attacchi e attentati”.

“Le scuole sia pubbliche sia private come quelle cristiane a Qamishli hanno ripreso le lezioni. Vogliamo la pace e le parole del Papa ci donano tanto conforto e non ci fanno sentire abbandonati”, sottolinea padre Naamo che rivendica con orgoglio la presenza cristiana anche lungo questo confine martellato da bombe e razzi. Oggi da Bruxelles i ministri degli Esteri dei Paesi membri hanno lanciato un ultimatum ad Ankara minacciando lo stop alle esportazioni di armi come richiesto da Italia, Germania e Francia. “L’unico modo per fermare questa guerra è, come ribadito dal Pontefice, impegnarsi ‘con sincerità, con onestà e trasparenza’ sulla strada del dialogo per cercare soluzioni efficaci. Chissà se le potenze militari sapranno farne tesoro”.

Ma nella terra di san Paolo la speranza non viene mai meno, come ricorda da Qamishli il parroco della comunità armeno-cattolica locale (dell’Alta Mesopotamia e della Siria del Nord), padre Antonio Ayvazian: “Nei giorni scorsi abbiamo subito scambi di artiglieria tra i curdi che hanno colpito villaggi oltre il confine e le forze dell’esercito turco che hanno risposto provocando la morte di una famiglia cristiana di rito siriaco-ortodosso, madre e tre figli. I turchi hanno poi colpito e messo fuori uso un grande forno nel quartiere ovest della città ma in 24 ore la produzione è stata ripristinata”. In città la situazione è di calma apparente dopo che, spiega il parroco, “le forze curde hanno consegnato le loro postazioni militari all’esercito regolare siriano che ha così oltrepassato il fiume Eufrate. I soldati hanno potuto prendere il controllo anche delle posizioni sul terreno occupate dalla Coalizione anti Isis guidata dagli Usa. Ora la Turchia ha davanti a sé l’esercito siriano e non gruppi armati curdi. Speriamo che non si vada oltre”. Ma c’è una emergenza umanitaria cui bisogna fare fronte:

“Nelle città e nei villaggi situati sulla linea di confine – dichiara don Ayvazian – si è verificato un grande esodo di abitanti e molti sono rimasti praticamente disabitati. Tantissime persone si sono dirette qui a Qamishli dove il Governo ha aperto scuole e strutture pubbliche per dare loro un ricovero. Al momento si stima in almeno 130mila il numero di sfollati dal confine che vanno ad aggiungersi a quelli già arrivati da tempo da Raqqa e Deir ez Zor”.

Secondo l’Onu il numero degli sfollati potrebbe aumentare sino a 450mila persone. Tutto questo in un Paese che già conta oltre 11 milioni tra sfollati interni e rifugiati e altri 11 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria, di cui oltre 1 milione nell’area nord orientale colpita da questa nuova crisi.

“Ciò di cui abbiamo bisogno adesso è dare un tetto ai rifugiati, assistenza umanitaria e sanitaria”,

spiega il parroco armeno-cattolico, che aggiunge: “Riceviamo aiuti da Unicef, Fao, Oms e da altre agenzie umanitarie internazionali ma nessuno si aspettava un flusso così grande di profughi e rifugiati. Da parte nostra tutte le riserve di cibo che avevamo in episcopio le abbiamo date per sostenere i più vulnerabili, anziani, donne in attesa e bambini. Negli ospedali, poi, ci sono tanti feriti da accudire, oltre alle vittime”.

Ma c’è un soffio di speranza. “La popolazione appare più tranquilla ora che è arrivato l’esercito. Tantissime persone sono scese in strada per accogliere i soldati e per fare festa”, racconta don Ayvazian che rivela: “Nei giorni scorsi l’ambasciata armena a Damasco ha informato gli armeni con doppio passaporto della possibilità di lasciare la Siria. In una riunione di tutte le fedi e denominazione cristiane della nostra zona abbiamo deciso di restare. Siamo cittadini siriani e vogliamo restare qui, non ce ne andremo via”.

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