Le riforme necessarie dopo il taglio dei parlamentari

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Stefano De Martis

Dopo aver approvato la riduzione del numero dei parlamentari, le Camere si troveranno a esaminare una serie di altre riforme che richiederanno in alcuni casi il complesso iter delle leggi di revisione costituzionale, in altri il procedimento previsto per le leggi ordinarie, in altri ancora le procedure per le modifiche dei Regolamenti dei due rami del Parlamento, che sono di grande rilevanza perché incidono sul funzionamento della “fabbrica delle leggi”. Buona parte di tali riforme sono state indicate in un documento sottoscritto da tutti i capigruppo dei partiti di maggioranza, che si sono impegnati a portarle avanti con tempi anche abbastanza stretti, fermo restando che molto dipenderà dall’evoluzione del quadro politico generale. Altre riforme sono già all’esame del Parlamento.
Nel documento della maggioranza compaiono le riforme che dovrebbero

compensare e riequilibrare gli effetti della riduzione del numero dei parlamentari.

Al primo punto compare la riforma del sistema elettorale, che si realizza con legge ordinaria ma la cui importanza fondamentale è del tutto evidente. L’impegno è a presentare entro il mese di dicembre

un progetto di nuova legge elettorale “al fine di garantire più efficacemente il pluralismo politico e territoriale” (che la riduzione dei parlamentari indirettamente comprime), ma anche “la parità di genere e il rigoroso rispetto dei principi della giurisprudenza della Corte costituzionale in materia elettorale e di tutela delle minoranze linguistiche”.

Sul tipo di sistema da adottare il dibattito è apertissimo, anche se la finalità che si intende perseguire dovrebbe condurre a un sistema caratterizzato in senso proporzionale.
Al secondo punto entra in scena il progetto relativo all’abbassamento dell’età dell’elettorato attivo e passivo per il Senato, con l’obiettivo di equipararlo a quello della Camera e cercando in questo modo di ridurre il rischio che nei due rami del Parlamento si formino maggioranze non omogenee a causa del diverso corpo elettorale (per il Senato vota chi ha almeno 25 anni). Questa è una delle riforme costituzionali per cui è già in corso l’esame parlamentare, proprio presso il Senato, e dovrebbero esserci dei passi avanti già nel mese di ottobre. L’altra riforma già incardinata e che, anzi, ha già ottenuto la prima delle quattro votazioni previste per la revisione costituzionale (quando era in piedi la maggioranza M5S-Lega) è quella che introduce il referendum propositivo. Ma nel documento di questo provvedimento non c’è traccia, a meno di non considerarlo compreso tra i “possibili interventi costituzionali” di cui si parla nel quarto e ultimo punto. Qui si esplicita un’attenzione per la “struttura del rapporto fiduciario tra le Camere e il Governo” e per la “valorizzazione delle Camere e delle Regioni per un’attuazione ordinata e tempestiva dell’autonomia differenziata”, altra questione controversa e di lungo corso.
Riprendendo il filo del documento di maggioranza,

due interventi di revisione costituzionale su cui è stato assunto un impegno politico riguardano “il principio della base regionale per l’elezione del Senato” e “il peso dei delegati regionali che integrano il Parlamento in seduta comune per l’elezione del Presidente della Repubblica”.

Riducendosi drasticamente il numero di deputati e senatori, infatti, l’incidenza dei delegati regionali sarebbe proporzionalmente più rilevante e ciò renderebbe opportuno un riequilibrio. La modifica della base regionale per il voto del Senato – nel senso di un allargamento – andrebbe nella direzione di ridurre gli effetti distorsivi della riduzione dei parlamentari sulla rappresentanza. Più le circoscrizioni sono piccole, più si crea implicitamente una soglia di sbarramento alta. In alcune Regioni, anche il terzo partito per consensi ricevuti rischierebbe di non eleggere senatori.
Il terzo punto del documento è dedicato alla riforma dei Regolamenti parlamentari, che devono essere adeguati per garantire – nelle Camere in formato ridotto – il pluralismo nella composizione delle commissioni e la rappresentanza autonoma delle rappresentanze linguistiche. Con l’occasione si interverrebbe anche per

limitare il ricorso abnorme ai decreti legge e alle “questioni di fiducia”,

assicurando “tempi certi alle iniziative del Governo e più in generale ai procedimenti parlamentari”, coniugando la celerità con i diritti delle minoranze.
Bisogna comunque tenere conto che su tutta la materia incombono due referendum potenziali: quello “confermativo” sulla riduzione del numero dei parlamentari e quello “abrogativo” dell’attuale legge elettorale, presentato dalle regioni guidate dalla Lega e dal centro-destra. Quest’ultimo dovrà passare al vaglio di ammissibilità da parte della Corte costituzionale, l’altro non è stato ancora richiesto ma ci sono tre mesi di tempo per farlo e nel frattempo la riduzione dei parlamentari resta “congelata”.

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