Halle, si inizia con le parole e si finisce con l‘abbracciare un fucile

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M. Chiara Biagioni

“La sensazione è quella di essere sotto attacco senza sapere quando, come e dove il colpo arriva”. Le comunità ebraiche in Italia si stringono nel dolore per quanto avvenuto ieri ad Halle in Germania e condividono lo choc e la paura che simili atti provocano nello stesso modo con la stessa intensità in tutti gli ebrei nel mondo. A farsene portavoce è Noemi Di Segni, presidente delle comunità ebraiche italiane (Ucei), che parlando con il Sir racconta il cima psicologico che in queste ore vivono gli ebrei, all’indomani dell’attacco sferrato dall’estremista di 27enne e alla luce di un manifesto antisemita pubblicato online. Il 9 ottobre di 37 anni fa, ad essere colpito fu il Tempio Maggiore di Roma e a perdere la vita un bambino di appena due anni, Stefano Gaj Taché. Stesso giorno, altra festività. Se allora era Shemini Atzeret, la conclusione di Sukkot, la Festa delle Capanne, quest’anno era la festa dello Yom Kippur, il solenne digiuno che costituisce il momento più sacro dell’anno ebraico.

“Uno si immerge in una situazione comunitaria di festa – dice Di Segni – ci si ritrova in sinagoga, si è trasportati dall’entusiasmo dell’occasione ma dentro e in tutti alberga l’allerta, sapendo che c’è un pericolo, che non si sa quando e dove arriva. Si sa solo che esiste”. Chiara è la matrice dell’attacco: “uccidere più ebrei possibili”. Il killer lo aveva pianificato da almeno una settimana ed aveva pubblicato online il suo manifesto antisemita, un pdf di 10 pagine, con le immagini delle armi che avrebbe usato. “Anche se rimanda direttamente all’antisemitismo, quanto successo ad Halle non è problema solo ebraico ma una realtà che deve riguardare tutta la società civile”, osserva la presidente dell’Ucei. “Lo abbiamo visto ieri. Nel giro di un minuto, appena l’attentatore ha capito di non poter entrare in sinagoga, ha puntato il fucile e mirato altrove.

Addestrato probabilmente sui videogiochi, ha provato a colpire ovunque, gli bastava uccidere qualcuno”.

È l’odio, entrato come un veleno nel cuore e nelle menti dei ragazzi. Noemi Di Segni riflette: “I giovani sono alla ricerca di un significato da dare alla propria vita e di un senso da dare al proprio futuro, e se non riescono a trovarlo – e questa è sicuramente una responsabilità su cui tutti dobbiamo riflettere noi come istituzioni, come adulti, come famiglie, come apparato scolastico – loro si aggrappano altrove, ad altri riti, luoghi e contesti”. L’odio è un sentimento subdolo e pericoloso. Si diffonde facilmente e facilmente oggi trova legittimazione.

Si va dai cori negli stadi, ai saluti romani nei cimiteri, alle svastiche disegnate sui muri. “Si inizia con le parole e si finisce con l’abbracciare un fucile.

Mai dobbiamo dimenticare questo percorso tra il dire e il fare”, afferma la Di Segni che aggiunge: “si tratta di definire processi e percorsi capaci di incidere su una generazione”.

La presidente dell’Ucei fa appello al governo perché si approvino “precise norme che riguardano il tema dell’antisemitismo, si nomini un referente della Presidenza del Consiglio, così come è stato fatto in Germania, recependo la definizione dell’International Holocaust Remerber Alliance dell’antisemitismo. Su questo – sottolinea Di Segni – non abbiamo avuto al momento riscontri dal governo e dalle Camere”. “Si può certamente lavorare in parallelo sulla parte della genesi di questi atti e quindi sulla parte educativa dei ragazzi”, aggiunge, “ma non si può eludere il problema sanzionatorio laddove ci sono comportamenti. Sanzioni che oggi non vengono decise”. Alla magistratura, Di Segni chiede di “avere il coraggio di interpretare le norme esistenti in un contesto diverso, e dire che oggi richiamarsi a riti del fascismo o del nazismo non può essere sottovalutato.Non è più solo un rito, un saluto in un cimitero, un coro da stadio. È un comportamento che genera pericolo per la società. È un gruppo che genera violenza. Ed è quanto abbiamo visto ieri”.

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