Il Sinodo visto da São Gabriel da Cachoeira, la diocesi “più indigena” del mondo

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Bruno Desidera

Una prospettiva singolare sul Sinodo amazzonico. E’ quella della diocesi, forse, “più indigena” del mondo. Guardandolo da São Gabriel da Cachoeira, l’evento ecclesiale che si è aperto in Vaticano assume una profondità e una concretezza singolare. 290mila chilometri quadrati, una superficie grande quasi quanto l’Italia, nello stato brasiliano dell’Amazonas. Centomila abitanti sparsi nella foresta infinita. Praticamente tutti indigeni, che appartengono a 23 etnie e parlano in tutto 18 lingue. Questo l’identikit della diocesi di São Gabriel da Cachoeira, che vanta due singolari primati:

la diocesi “più indigena” del Brasile è anche la più “cattolica”, ben il 98% della popolazione ha ricevuto il battesimo, a testimonianza di un’azione missionaria instancabile.

Un volto amazzonico e indigeno. Si tratta di un angolo, vastissimo e al tempo stesso remoto, dell’Amazzonia brasiliana, quasi ai confini con Colombia e Venezuela, nel bacino del Rio Negro, il grande fiume che a Manaus, dopo 2.000 chilometri, dona al Rio delle Amazzoni un’enorme quantità d’acqua. Non sono tanti i colossi multinazionali e i minatori illegali che sono giunti fin qui. E neppure sono arrivati gli evangelici. Ma i Salesiani vi sono giunti oltre cento anni fa, iniziando a scrivere una lunga pagina di evangelizzazione e missione. Ora, però, una nuova fase si sta aprendo, quella della valorizzazione del clero indigeno, come spiega al Sir il vescovo di São Gabriel da Cachoeira, dom Edson Taschetto Darmian: “Qui la Chiesa è presente fin dal 1905, con l’arrivo dei Salesiani. Poi ci sono stati anche i Cappuccini, i Carmelitani, e altre congregazioni. Ma non sono mai mancate le difficoltà. A partire dalla lingua, dall’integrazione, dal riconoscimento delle diverse culture. Ma qui c’è stata anche una lunga tradizione di protagonismo dei popoli indigeni, che fin dagli anni ’70 si sono organizzati, anche con l’appoggio della Chiesa, impedendo che il territorio amazzonico venisse sfruttato e depredato. Dal 1992 il 90% del nostro territorio è protetto”. Dopo la lunga fase della missione dei “bianchi”, si sta scrivendo una nuova pagina, quella, ci spiega il vescovo, di “una Chiesa che abbia realmente un volto amazzonico e indigeno.

Abbiamo già ordinato 5 sacerdoti diocesani indigeni, oltre a un padre francescano.

Lo scorso anno è stato ordinato il primo sacerdote di etnia Baniwa, in dicembre ne ordinerò un altro, di etnia Tukano. Abbiamo celebrato la prima messa in lingua Tukano, stiamo traducendo il messale anche altre lingue”.

L’opportunità di un clero indigeno. Il primo sacerdote di etnia Baniwa si chiama padre Geraldo Trindade Montenegro, ma tutti lo conoscono come padre Geraldo Baniwa. Come gli altri sacerdoti indigeni, ha studiato al Seminario dell’Amazzonia di Manaus, e ora racconta al Sir cosa significa per lui e per le comunità essere un prete indigeno: “Nel mio primo anno di ministero posso affermare di essere ben inserito nella cultura indigena, in quanto facente parte del popolo Baniwa. Credo che questa vicinanza e familiarità con le persone, con la cultura locale e le comunità abbia facilitato una presenza efficace nell’attività missionaria”. Prosegue il sacerdote: “Nel sangue abbiamo le storie ancestrali, la fede degli antenati, il rispetto dei luoghi sacri, il significato delle feste, le parole di benedizione, le regole di convivenza, i progetti di vita. La religione cristiana integra e arricchisce i valori appresi all’interno della famiglia. La formazione teologica aiuta a illuminare queste realtà”. Quali, dunque, secondo padre Geraldo, le caratteristiche di una “Chiesa dal volto amazzonico”? “Posso parlare – risponde – della parrocchia dell’Assunzione di Maria, dove opero. La Chiesa, attraverso i sacerdoti locali, è in grado di operare integrando il modo di vivere, l’organizzazione delle persone e la partecipazione di tutti alle azioni ecclesiali.La Chiesa dal volto amazzonico mostra nelle azioni liturgiche un’organizzazione forse meno rigida, più semplice e dialogica. Ma questo non significa che non operiamo secondo le indicazioni della Chiesa”.

Dom Edson

Le speranze per il Sinodo. In questa stagione pastorale si innesta il Sinodo dell’Amazzonia, con ulteriori speranze e prospettive, come evidenzia dom Edson Taschetto: “E’ un momento profetico, che sta suscitando molta speranza. Abbiamo vissuto una fase straordinaria e capillare di ascolto, senza precedenti. A livello generale, in tutto il Brasile, 87mila persone hanno partecipato al processo di consultazione, 22mila hanno preso parte alle assemblee. Circa la metà delle 390 etnie indigene è stata coinvolta”. Il vescovo, nell’evidenziare il ruolo centrale del clero indigeno per il futuro di questa Chiesa, allarga il discorso al grosso problema di garantire una presenza sacerdotale più continua in tante comunità lontane, “che vedono un sacerdote ogni quattro mesi”. E’ in quest’ottica che lo stesso Instrumentum Laboris del Sinodo ha ipotizzato che nell’assemblea venga affrontato il tema di circoscritte ordinazioni sacerdotali di “anziani, preferibilmente indigeni”, i cosiddetti viri probati. Spiega dom Taschetto:“Il tema è quello di passare da una Chiesa che visita a una Chiesa che permane, che resta e che si incarna, è quello di non lasciare comunità senza eucaristia.E’ difficile immaginare le distanze che ci sono in questo territorio. Per raggiungere alcune parrocchie, devo viaggiare in barca per due giorni, per arrivare a Manaus due o tre giorni. Noi dobbiamo avere una Chiesa che sta accanto alle persone, gli evangelici stanno arrivando anche qui”.

Molte sono anche le attese di padre Geraldo: “Il Sinodo ci offrirà nuove opportunità di agire nelle nostre realtà. In un contesto di immense distanze crediamo che verrà data un’opportunità per essere più presenti nella nostra azione missionaria. Mi pare importante rafforzare l’inserimento dei laici nelle rispettive comunità. In generale,

penso a una Chiesa che non accetta solo i pensieri preconfezionati, ma che propone nuove vie per l’evangelizzazione del mondo.

L’Amazzonia non è più un posto in cui scontare una pena, ma un luogo che merita sacerdoti con una migliore qualificazione intellettuale, anche pronti a partire per la missione ad gentes”.

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