Mese missionario straordinario

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Gigliola Alfaro

Riscoprire la dignità dei laici e il loro effettivo coinvolgimento nella missione della Chiesa e rilanciare la missio ad gentes, soprattutto in Italia e in Europa, dove si registra un maggior calo di vocazioni missionarie e una maggior fatica della Chiesa in un contesto sempre più secolarizzato. È iniziato il Mese missionario straordinario voluto da Papa Francesco. Per prepararsi all’appuntamento di questo speciale Ottobre missionario la Fondazione Missio e l’Ufficio nazionale per la cooperazione missionaria tra le Chiese hanno dedicato le tradizionali Giornate nazionali di formazione e spiritualità missionaria, giunte quest’anno alla 17ª edizione, al tema “Battezzati e inviati. Il fuoco dello Spirito e la Parola che salva”, che richiama proprio lo slogan del Mese missionario straordinario e quello della Giornata missionaria mondiale 2019. Con don Giuseppe Pizzoli, direttore di Missio, parliamo della missione oggi.

Don Giuseppe, come rilanciare la missio ad gentes?

Uno degli obiettivi dell’Ottobre missionario è proprio rilanciare la missio ad gentes e credo che sia una questione che tocchi soprattutto noi dell’Italia e dell’Europa, che per molto tempo siamo stati il centro di partenza della missione. Adesso la missione ha cambiato la sua geografia perché ci sono missionari che partono da tutti i continenti:

la missio ad gentes non è in crisi in riferimento alla Chiesa globale, ma siamo un po’ in crisi come Chiesa italiana e come Chiesa europea,

sia per la scarsità di vocazioni sia per la fatica che la Chiesa sta vivendo in questo vecchio mondo, in questo vecchio continente.

Come invertire il calo delle vocazioni missionarie?

Sarà difficile recuperare numericamente quello che noi avevamo qualche decennio fa, perché questa è la situazione storica del momento, non possiamo sognare cose impossibili. L’Evangelii Gaudium di Papa Francesco, però, ci fa rimettere il tema “missione, testimonianza del Vangelo, evangelizzazione” al centro dell’azione pastorale della Chiesa. Credo che questo sia veramente qualcosa di nuovo che ci dà fiducia e speranza.Forse, non recupereremo grandi numeri di partenze di missionari ad gentes, ma certamente porteremo l’“ad gentes” dentro le nostre comunità, nel senso di aprire le nostre comunità al respiro universale della Chiesa.Grazie a questo Ottobre missionario e se iniziamo a prendere sul serio l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, avremo davanti un futuro molto positivo.

Ci sono dati recenti sui missionari italiani?

In Italia abbiamo circa 200 laici fidei donum, cioè inviati dalla Chiesa locale; a questi si aggiungono molti altri che vengono inviati o da istituti religiosi o da associazioni non direttamente ecclesiali. Ci sono poi circa 450 sacerdoti diocesani fidei donum. Per i religiosi e le religiose si fa un calcolo approssimativo – perché il panorama è molto variegato ed è difficile avere dati aggiornati e precisi – di circa 7mila missionari italiani sparsi nel mondo.

Come si è preparata la Chiesa italiana al Mese missionario straordinario voluto da Papa Francesco?

Un momento di preparazione è stato sicuramente l’incontro di Assisi, a cui hanno partecipato numerose diocesi e soprattutto direttori e collaboratori dei centri missionari diocesani. Siamo arrivati alla XVII edizione di queste Giornate. Per alcuni è diventata una tradizione, ci sono alcuni partecipanti che sono fidelizzati, ma ce ne sono stati anche di nuovi. Per tutti è stata un’occasione per ripensare l’animazione missionaria anche alla luce del tema dell’Ottobre missionario.Soprattutto sono state Giornate di formazione e spiritualità che hanno aiutato a “rianimarsi” per poter “animare”, avere maggior entusiasmo e forza nel rendere questo servizio, l’animazione missionaria, nella Chiesa.Quindi, le Giornate di formazione e spiritualità hanno un effetto moltiplicatore molto significativo nella nostra Chiesa italiana. In ogni caso, le diocesi e le province ecclesiastiche si sono preparate al Mese missionario straordinario da circa un anno e

c’è tutto un fermento di iniziative.

Soprattutto, si sta lavorando nel cercare di promuovere questo respiro universale nelle nostre comunità parrocchiali e diocesane. Può darsi che uno dei frutti di questo Mese straordinario sia anche l’apertura di qualche altro nuovo progetto missionario, e c’è qualcosa nell’aria, ma credo che il frutto principale sarà far arrivare il respiro universale alle nostre comunità e diocesi.

Oggi la missione evangelizzatrice della Chiesa non è indirizzata solo a chi non conosce il Vangelo, ma anche qui in Italia e in Europa, in una società secolarizzata: cosa si fa da questo punto di vista?

Nell’Evangelii Gaudium il Papa fa un esempio un po’ scherzoso: in matematica quando si divide si diminuisce, invece nella fede quando si diminuisce si cresce. Quanto più impariamo a condividere la nostra fede, più cresciamo noi nella nostra convinzione e più facciamo crescere la Chiesa. Questo è lo spirito: forse, non avremo più tanti preti e missionari come una volta, ma

se continuiamo a non perderci d’animo e a condividere la nostra fede, la moltiplicheremo.

Durante le Giornate di Assisi ha messo in guardia dal rischio della “privatizzazione” dell’animazione missionaria: come si supera questo problema?

Dal Concilio Vaticano II nella Chiesa si è aperto il cammino del coinvolgimento delle diocesi nella missione universale della Chiesa. Certamente, è una prospettiva ricchissima e preziosa; ma abbiamo rischiato di ridurre questo coinvolgimento delle Chiese locali a coinvolgimento solo in piccole situazioni: una diocesi che fa un gemellaggio con una missione in Africa e solo quella, una parrocchia che fa un gemellaggio con una missione in America latina e solo quella. In questo senso dico che c’è il pericolo della privatizzazione della missione.Se è vero che è significativo fare un progetto, conoscere più a fondo una missione, non possiamo mai privatizzarla dicendo questa è “la” missione: invece, questa è “una” missione. La Chiesa ha una missione che è universale, quindi non dobbiamo mai perdere di vista anche altre situazioni, altri bisogni, altre realtà, altre culture perché la Chiesa è chiamata a portare il Vangelo fino ai confini del mondo.

Qual è il ruolo dei laici?

È necessario un ripensamento del coinvolgimento dei laici nella missione della Chiesa. Il titolo che il Papa ci ha suggerito per l’Ottobre missionario, “Battezzati e inviati”, ci richiama il fatto che i missionari non sono solo un piccolo gruppo di specialisti, soprattutto preti e suore, perché la vocazione missionaria non è legata al sacramento dell’Ordine né a una consacrazione religiosa, ma al Battesimo. In questo senso,

abbiamo bisogno di riscoprire un po’ la dignità dei laici e il loro effettivo coinvolgimento nella missione della Chiesa.

Mi pare un aspetto interessante e molto costruttivo.

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