Il crocefisso in classe: una questione non secondaria

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DIOCESI – «Credo in una scuola laica, ritengo che le scuole debbano essere laiche e permettere a tutte le culture di esprimersi non esporre un simbolo in particolare». Con queste parole il Ministro Lorenzo Fioramonti ha sollevato un vespaio di polemiche sull’annosa questione che riguarda la presenza dei simboli religiosi – e in particolare il crocefisso – negli spazi pubblici.

Molti hanno osservato, anche sui social, che i veri problemi della scuola sono altri: strutture fatiscenti e pericolose, dispersione scolastica, mancanza di tecnologie avanzate o anche del materiale di base di cui ogni scuola dovrebbe essere fornita. Tutti problemi reali che chi vive nel mondo della scuola conosce.

Tuttavia la querelle sul crocefisso, per il suo alto valore simbolico, non va elusa e pertanto, volendo riflettere nel merito, ci domandiamo: la Croce mette a repentaglio la laicità della scuola?
Sembra che coloro che la invocano per rimuovere il crocefisso dalle aule ignorino il fatto che se oggi possono parlare di laicità è proprio grazie a colui che da quella croce pende. È stato infatti Gesù il primo nella storia a distinguere la sfera religiosa dalla sfera politica quando affermò: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21). Fino alla sua venuta, nel mondo dominava una commistione fra religione e politica che tendeva a sacralizzare figure come quelle dell’Imperatore o del Faraone.

In che modo poi il Ministro concepisce la convivenza fra culture diverse?
Una risposta a tale domanda tocca inevitabilmente il tema dell’integrazione. Le mutate condizioni storiche e sociali mostrano un Paese diverso da quello del passato nel quale la quasi totalità della popolazione si riconosceva nella religione cattolica. I cattolici continuano a essere la maggioranza relativa: secondo rilevamenti statistici del 2017, il 74,4% degli italiani, pari a circa 45 milioni di persone, dichiara di appartenere alla religione cattolica. Solo il 3% degli italiani si professa di altra religione. Alla luce di questi dati è difficilmente sostenibile pensare che la proficua convivenza fra culture diverse possa passare attraverso la cancellazione di quel simbolo nel quale la stragrande maggioranza degli italiani ancora si riconosce.

A ben vedere tutto in Italia parla della presenza del cristianesimo: dal giorno di riposo settimanale, alle feste del Natale e della Pasqua, dalle opere d’arte nelle chiese al vasto repertorio di musica sacra, dalle opere sociali a quelle di carattere medico e sanitario. La nostra cultura è inscindibilmente legata al cattolicesimo e il crocefisso rappresenta una sintesi di tutto ciò. Di questo era ben cosciente il filosofo laico Benedetto Croce che nel 1942 scrisse il saggio Perché non possiamo non dirci “cristiani”.

Persino L’Unità, il quotidiano del Partito Comunista Italiano, difese la presenza del crocefisso a scuola in un articolo del 22 marzo 1988, firmato da Natalia Ginzburg. La scrittrice di origine ebraica, militante e deputata del PCI scrisse: «II crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. O vogliamo forse smettere di dire cosi?».

Se non si abbraccia una visione ideologica anche gli atei, gli agnostici o coloro che appartengono ad un altra religione riconoscono il valore storico e culturale del crocefisso e obiettivamente non si può che guardare che con immensa stima un uomo che in mezzo a atroci sofferenze ha saputo trovare parole di perdono e di riconciliazione per i suoi aguzzini.

Come afferma don Gian Luca Rosati, parroco di Cristo Re: «Il Crocifisso è il ricordo di uno che ha amato e perdonato fino alla fine. Anche per atei, agnostici e razionalisti l’amore ha un’importanza capitale. Perché, dunque, togliere il segno dell’amore più grande?»

Inoltre, non è secondario ricordare che a livello giuridico la questione del crocefisso in aula è stata risolta da due pronunciamenti del Consiglio di Stato, una sentenza della Corte Costituzionale e una della Grand Chambre della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo. Di seguito riportiamo una sintesi offerta da Il Messaggero sui pronunciamenti giuridici in materia.

LE SENTENZE

TAR: CROCE NON CONTRASTA CON LAICITÀ
Il crocifisso, «inteso come simbolo di una particolare storia, cultura ed identità nazionale (…), oltre che espressione di alcuni principi laici della comunità (…), può essere legittimamente collocato nelle aule della scuola pubblica, in quanto non solo non contrastante ma addirittura affermativo e confermativo del principio della laicità dello Stato». Si conclude con queste parole la sentenza del 2005 con la quale il Tar rigetta il ricorso della madre della due alunne di Abano.

IL CONSIGLIO DI STATO: CROCIFISSO HA FUNZIONE EDUCATIVA
Il Consiglio di Stato chiude la parte italiana della vicenda, con il rigetto definitivo del ricorso della madre delle due alunne. Il crocifisso – scrivono i giudici – non va rimosso dalle aule scolastiche perché ha «una funzione simbolica altamente educativa, a prescindere dalla religione professata dagli alunni»; non è né solo «un oggetto di culto», ma un simbolo «idoneo ad esprimere l’elevato fondamento dei valori civili» – tolleranza, rispetto reciproco, valorizzazione della persona, affermazione dei suoi diritti, riguardo alla sua libertà, solidarietà umana, rifiuto di ogni discriminazione – che hanno un’origine religiosa, ma «che sono poi i valori che delineano la laicità nell’attuale ordinamento dello Stato».

GRANDE CAMERA STRASBURGO
L’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche e negli altri luoghi pubblici non possa essere considerato un elemento di «indottrinamento» e dunque non comporta una violazione dei diritti umani. «Le autorità – dice la Grande Camera – hanno agito nei limiti della discrezionalità di cui dispone l’Italia nel quadro dei suoi obblighi di rispettare, nell’esercizio delle funzioni che assume nell’ambito dell’educazione e dell’insegnamento, il diritto dei genitori di garantire l’istruzione conformemente alle loro convinzioni religiose e filosofiche».

Fonte il Messaggero, articolo: Crocifisso in classe, controversia infinita: ecco cosa dice la legge

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