Whirlpool Comunanza, il punto della situazione

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Di Nerina Galié

COMUNANZA – Senza il lavoro non c’è futuro per le comunità, specie se montane e seriamente toccate da un terremoto che ha già fatto la storia, sebbene le conseguenze siano ancora di attualità. Con le mura di case e chiese, sono vacillate le certezze. E non aiuta quanto sta accadendo nell’unica realtà che ha permesso all’entroterra piceno, nell’ultimo mezzo secolo, di fregiarsi di essere il terzo polo industriale della provincia ed ambire a ripensarsi protagonista di un futuro magari diverso, più attuale, pronto alla sfida dei tempi. Ieri, 25 settembre, le Rsu e pochi operai dello stabilimento Whirlpool di Comunanza hanno aderito alla protesta nazionale manifestando davanti alla fabbrica tutte le loro preoccupazioni nei confronti di un’azienda cha non sta mantenendo quanto promesso.

Sancito nero su bianco insieme a sindacati e istituzioni, in cambio di soldi sotto forma di ammortizzatori sociali, presi e spesi da gennaio 2019. La Whirlpool ha comunicato di aver avviato le procedure per la cessione dello stabilimento di Napoli, come anticipato alle sigle riunite al Ministero dello sviluppo economico e al Governo il 31 maggio 2019. Il 17 settembre, nella stessa sede, lo ha dato per fatto indicando il nome dell’acquirente, l’azienda svizzera Passive Refigeration Solution (Prs), e la data della transazione che pagherà 20 milioni di euro, il prossimo 31 ottobre. Ciò che ha scatenato la protesta, stabilita dal Coordinamento sindacale nazionale che ha pure indetto una manifestazione generale a Roma il 4 ottobre, è stata certamente la solidarietà nei confronti dei colleghi di Napoli. Ma ancor più l’atteggiamento della proprietà, ferma nella sua decisione e rimasta muta, anche nei confronti dei rappresentanti dello Stato, a qualsiasi richiesta di delucidazione, se non rassicurazione, sull’andamento degli investimenti negli altri siti italiani, in ragione del piano industriale 2019-2021, siglato il 25 ottobre 2018 dopo mesi di trattative. L’amministratore delegato della multinazionale era Davide Castiglioni, che poco dopo ha lasciato il posto a Luigi La Morgia, ex direttore dello stabilimento campano.

Il Ministro dello sviluppo economico era Luigi Di Maio, autore mesi dopo del decreto “Salva Whirpool”, studiato proprio per aiutare Napoli, ma poi bloccato dalla crisi e dall’azienda che ha dichiarato la misura insufficiente a risolvere il problema.
Il sito di Napoli doveva essere polo delle lavatrici e destinatario della piattaforma top di gamma, da sempre fiore all’occhiello di Comunanza dove, dopo i primi momenti di confusione, è stata riacquistata la lucidità sulla base di nuove prospettive. Con un investimento pari a quasi 19 milioni di euro in tre anni, a Comunanza è stata affidata la mission di polo delle lavasciuga, designata ad accogliere i 50 mila pezzi l’anno di modelli ad incasso da 5-6 chili, ora fabbricati in Polonia, e avviare la produzione di una lavasciuga da 8-9 chili, sempre a incasso a partire dai primi mesi del 2020. Con l’obiettivo di raggiungere gli 843.000 pezzi l’anno ed abbattere così ulteriori 135 esuberi che nel frattempo si erano manifestati.

Tutto bene anche quando le intese tra azienda e sindacati si sono perfezionate con il rinnovo degli ammortizzatori sociali da parte dello Stato, che li ha finanziati in cambio della cancellazione degli esuberi. Ma già in quell’occasione emerse un elemento “anomalo” che poteva essere inteso come opportunità da cogliere o allarmante.

Nel piano aziendale si puntava al riassorbimento delle unità lavorative in eccesso attraverso l’aumento dei volumi. Invece l’azienda mise sul tavolo 85.000 euro lordi, 67.000 netti, pronti a passare nelle tasche di coloro che avessero deciso di lasciare il lavoro dal 1 luglio 2019. Comunanza dal 2015 al 2018 aveva perso 135 dipendenti, con il prepensionamento. Ne conta altri 85 in meno dal 1 luglio, con l’esodo volontario in cambio del generoso incentivo. Non è rimasto zitto il sindaco Alvaro Cesaroni, che in più occasioni ha tuonato contro questa pericolosa strategia aziendale. «La Whirlpool vuole cancellare gli esuberi mandando a casa i dipendenti», aveva detto. Ci hanno “messo una pezza” le Rsu locali, Paolo Marini e Gianni Lanciotti (Fiom), Angelo Forti (Uil) e Raffaele Bartomioli (Uilm). Erano più propensi a concordare con il sindaco Fabio Capolongo e Orlando Corradatti eletti a Comunanza per la Ugl, con Francesco Armandi, ex Rsu ed ora coordinatore nazionale Whirlpool.

Di fatto, se a Comunanza da anni si lavorava al 60 % delle ore, tra fermi di gruppo e collettivi, e quindi a stipendio ridotto e relativa contrazione della capacità di spesa da riversare sul territorio, da settembre non è più così. Le 325 tute blu, rimasti insieme ai circa 40 impiegati, lavorano consumando l’intero monte ore. Già da ottobre sembra che non ci saranno nemmeno i fermi collettivi. Si muove qualcosa anche sul piano della nuova produzione. La scorsa settimana all’interno dello stabilimento di Villa Pera hanno sfilato, sotto gli occhi incuriositi e carichi di aspettative degli operai, 12 prototipi della lavasciuga da 8-9 chili. Questo però non ha dissipato le paure. Il nemico più pericoloso è il mercato. Se la Whirlpool non vende, gli stabilimenti non producono. Così è accaduto a Napoli, in crisi da tempo per la contrazione delle vendite. I dati, per lo meno riferiti ai tempi della trattativa al Mise di un anno fa ormai, azzardavano previsioni di crescita per il settore delle lavasciuga. E su questi numeri si è fermata la bilancia del “dare e avere”, partorendo l’accordo riferito a Comunanza. Il 2018 si è chiuso con una produzione di 573.000 mila elettrodomestici. Per quest’anno se ne prevedevano 630.000. Ma il primo semestre è sotto di 22.000 unità rispetto al pari periodo dell’anno scorso. Come fanno le certezze a smettere di vacillare?

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