Siamo un unico pianeta

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

Di Nicola Salvagnin

Ha senso che il Primo Mondo mandi in soffitta i sofisticati turbodiesel a gasolio di ultima generazione, mentre scarichiamo nel resto del globo milioni di auto vecchie, inquinanti ma ancora funzionanti? Ha senso che ci dotiamo di caldaie a condensazione che recuperano i fumi di scarico, e acquistiamo frigoriferi a consumo A+++, mentre metà dell’umanità si scalda e produce elettricità con il carbone? Che puntiamo al livello zero di rifiuti, mentre i fiumi indiani scaricano milioni di tonnellate di plastiche e liquami negli oceani?

Sì, ha senso che la parte più ricca e sviluppata del globo si ingegni e si doti di tutto ciò che contribuisca a migliorare (o a non peggiorare) l’ambiente in cui viviamo. Il progresso tecnologico si estende poi a macchia d’olio così come le buone pratiche. Non dimentichiamo che, nemmeno mezzo secolo fa, scaricavamo i reflui industriali nei corsi d’acqua, metà delle nostre spiagge non erano balneabili e costruivamo discariche sopra le falde acquifere. Nelle città del Nord la nebbia era per metà umidità e metà fumi di scarico: suggestiva, ma puzzolente negli autunni degli anni Settanta, mentre in Germania le piogge acide sterminavano le foreste.

Ha tutto senso, dicevamo, a patto che l’intero pianeta inizi a remare nella stessa direzione. E a dire la verità questo discorso è molto più ampio rispetto alla tutela della Terra e del cambiamento climatico: si inserisce nel più ampio solco di un presente che vede milioni di persone sovrappeso non lontane da milioni di denutrite; di un’aspettativa di vita media che nell’Occidente sfiora gli 80 anni mentre per miliardi di esseri umani i 60 sono un miraggio.

Quindi non dimentichiamoci che, oltre ai nostri comportamenti virtuosi, oltre alla tutela del nostro microcosmo e a un’attenzione quasi maniacale per ciò che ci riguarda – ormai guardiamo le etichette delle salse pronte con la stessa attenzione che riserviamo ai “bugiardini” dei farmaci – c’è una questione molto più ampia che questa volta non possiamo ignorare, voltando come al solito le spalle di fronte alle enormi disparità sociali di questo mondo. Perché la plastica “smaltita” in mare ci ritorna sul piatto dentro una scatoletta di tonno; l’alterazione climatica non si ferma alle frontiere del benessere.

Già: alle frontiere possiamo pure bloccare gli esseri umani, ma non l’aria o l’acqua. E invece di dolercene, rendiamoci finalmente conto che siamo tutti sulla stessa barca, appunto. Darsi una mano, aiutare chi sta più indietro aiuta tutti a stare un po’ meglio.

Quindi alziamo gli occhi dalla cannuccia di plastica che intendiamo abolire qui, per sostenere economicamente, efficacemente, pesantemente quell’umanità che sta molto più indietro rispetto ai nostri anni Settanta. Mai la generosità sarà più egoistica.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *