Limare il cuneo fiscale è un segnale all’economia

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

Paolo Zucca

La riduzione del cuneo fiscale è un obiettivo condiviso dalle forze che si accingono a formare il nuovo Governo. Non si oppongono le altre forze politiche e, ovviamente, i sindacati e le imprese. Innanzitutto, per cuneo fiscale (termine non chiarissimo e interpretato per il mercato del lavoro con qualche modifica di perimetro dagli economisti) si intendono comunemente quegli oneri che divaricano lo stipendio lordo dallo stipendio netto.

Dentro ci sono le trattenute anche a carico del lavoratore per fini contributivi, tasse varie, costi assicurativi e voci diverse. L’ampiezza del cuneo segnala la grande differenza fra quanto un lavoratore costa all’impresa e quanto lo stesso lavoratore porta a casa a fine mese.

L’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) misura nel 47,9% l’ampiezza del cuneo italiano, cioè quasi metà del costo complessivo mensile non diventa liquidità immediata per il destinatario. In alcuni contratti, per voci varie, se ne va fino al 57 percento. Ridurre il cuneo vuol dire dare più introito mensile alla famiglia del lavoratore e un minor costo alle aziende che potranno rendere più competitivi i loro prodotti. In un periodo di scarsi consumi e di economia debole, export frenato, è certamente un grande incentivo. Ma come fare e come includere una platea più vasta del lavoratore dipendente? Come intervenire senza appesantire le casse pubbliche con un vantaggio per gli occupati? Meglio intervenire sulla tassazione a valle quando tutte le voci di introito sono – o dovrebbero essere – comprese? Le modalità di riduzione del cuneo dovranno tenere presente che in busta paga ci sono contributi previdenziali che saranno fondamentali per il post-lavoro e che intanto reggono i sistemi pensionistici. Nelle voci di contributi previdenziali circa il 33% è a carico dell’azienda e meno del 10% a carico dei lavoratori.

Il nascente governo giallorosso sembra intenzionato ad affrontare la questione nella legge di Bilancio da presentare entro il 15 ottobre e qualche ipotesi è già filtrata. E’ possibile che il cuneo possa essere limato di un punto ogni 12 mesi per i prossimi cinque anni. Sembra prevalere l’alleggerimento a vantaggio del lavoratore per la sua quota parte, si vedrà.

Per le aziende che assumono giovani verrebbe ridotto del 50% il costo dei diversi oneri in busta paga. Oppure fra le altre ipotesi il supporto alle famiglie, non solo ai lavoratori, verrebbe da un ampliamento del bonus da 80 euro per quasi 12 milioni di italiani che hanno un reddito fino a 26mila euro, raddoppiando la soglia entrerebbero nel sostegno altri 5 milioni di individui. Più proposte si affacciano a un primo esame pubblico (salario minimo, taglio dei contributi Naspi – Nuova assicurazione sociale per l’impiego – delle imprese che sostiene l’indennità di disoccupazione). Tante buone idee che dovranno fare i conti con la coperta corta delle compatibilità di bilancio: servono 23 miliardi per non far scattare l’aumento dell’Iva, sono operativi gli impegni presi dal precedente Governo, servono risorse post terremoto e Ponte Morandi, quelli indifferibili per le fasce deboli e per tenere in efficienza la macchina pubblica di cui i cittadini hanno bisogno e per questo pagano tasse.

Come ridurre l’evasione fiscale, che premia i furbi ai danni della collettività, è l’altro passaggio conseguente che guadagna urgenza nell’agenda politica. Come per il cuneo tutti, nuova maggioranza e nuova opposizione, sono d’accordo. Modulare gli interventi è una questione più complessa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *