Crisi Israele-Iran. Bressan (Lumsa): “Strategia massima pressione potrebbe portare al conflitto”

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Daniele Rocchi

Il Medio Oriente rischia di diventare il campo aperto di battaglia tra Israele e Iran. Anzi, per certi versi, il conflitto, sembra essere già in corso come dimostrano i raid israeliani in Siria contro milizie sciite e reparti delle Guardie della Rivoluzione, i pasdaran iraniani impegnati, secondo Israele, ad organizzare attacchi contro lo Stato ebraico. Nel contempo, stando a quanto riferito da Hezbollah, il Partito di Dio, due droni israeliani sono stati abbattuti mentre volavano su Beirut. Israele sotto accusa anche per un suo coinvolgimento in attacchi contro obiettivi iraniani in Iraq risalenti al 19 luglio.

Matteo Bressan

Siamo davanti solo ad una pericolosa escalation militare o davvero si può parlare di conflitto tra Israele e Iran? Lo abbiamo chiesto a Matteo Bressan, docente di Relazioni internazionali presso la Lumsa, analista e componente del Comitato Scientifico del Nato Defense College Foundation.

“Lo scontro tra Teheran e Tel Aviv – afferma Bressan – si dispiega in Siria, in Libano con Hezbollah, il Partito di Dio, e in Iraq con le milizie sciite. Dal 2018 Israele ha intensificato i raid aerei sulla Siria cui sono seguiti, in tempi più recenti, attacchi in Libano e in Iraq. Per gli osservatori che sono sul posto Hezbollah potrebbe rispondere a Israele ma non è dato sapere dove, come e quando. Abbiamo visto spesso il leader del Partito di Dio, Hassan Nasrallah, promettere rappresaglie contro lo Stato ebraico”.

La storia del confronto tra Israele e Hezbollah sembra partire da più lontano…
È già avvenuto, per esempio, a gennaio nel 2006, quando, al confine tra Israele e Libano, militanti Hezbollah catturarono alcuni soldati israeliani provocando la reazione dello Stato ebraico e un conflitto militare durato 34 giorni. E poi ancora nel 2015 sul Golan, quando un missile anti-carro fu sparato contro un veicolo dell’esercito israeliano uccidendo due soldati.

Cosa è cambiato, invece, nella crisi tra Israele e Siria?
A causa delle difficoltà politiche interne dovute alla guerra e alla presenza sul campo di battaglia di Isis e Al Nusra, il presidente siriano Assad non ha avuto la capacità di rispondere militarmente agli attacchi israeliani. Con l’arrivo di russi e iraniani, il panorama è cambiato. Nell’ultimo anno abbiamo assistito a raid israeliani ma anche alle risposte della contraerea di Damasco. Questo significa che ora Assad, grazie ai suoi alleati, ha la capacità di difendersi. Non certo di attaccare. La forza militare israeliana è evidente e, nell’ambito di una guerra convenzionale, sbaraglierebbe l’esercito siriano in poco tempo. Diverso il discorso se si considera il rafforzamento della presenza iraniana in Siria e Libano in termini di uomini e istallazioni.

Il 17 settembre Israele tornerà di nuovo alle urne per eleggere il  Parlamento. L’‘allarme rosso’ circa un possibile conflitto con l’Iran potrebbe favorire la vittoria del premier Netanyahu?
È probabile. Lo abbiamo già visto nella tornata elettorale del 9 aprile scorso. A una settimana dal voto ci fu l’assist del presidente Usa Trump che decise di inserire i Pasdaran iraniani nell’elenco delle organizzazioni terroristiche.

Andare avanti con questa strategia della massima pressione sull’Iran potrebbe aiutare Netanyahu ma senza un Piano B il rischio di arrivare a un conflitto vero tra Israele e Iran è concreto e potrebbe avere conseguenze imprevedibili. A quel punto qualcuno dovrebbe fare un passo indietro…

Per Piano B intende, forse, lasciare aperto un canale di contatto con i Pasdaran?

Se si chiude a un dialogo con i Pasdaran, che in Iran giocano un ruolo importante, si preclude il dialogo con qualsiasi interlocutore iraniano. Un fatto molto pericoloso. Esemplare a riguardo è una locandina apparsa nei giorni scorsi in cui il comandante della Guardia rivoluzionaria iraniana, generale Qasem Soleimani, ammoniva Israele di non proseguire con gesti scellerati perché sarebbe stata l’ultima volta. Uno scontro non solo evocato. Soleimani è un personaggio controverso, fu lui a indicare agli Usa, dopo l’11 settembre, dove bombardare i talebani. È stato anche un interlocutore importante del generale Usa David Petraeus in Iraq. Di lui si parla anche come del possibile prossimo leader iraniano. Voci ogni volta smentite.

(Foto: AFP/SIR)

C’è poi la questione dell’accordo sul nucleare iraniano che gli Usa hanno abbandonato. Al recente G7 in Francia si è visto anche il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif…
Questo clima di alta tensione potrebbe incrociarsi con un non impossibile ritorno al negoziato di Usa e Iran sul nucleare. Spiragli in tal senso sembrano essersi aperti a Biarritz dove Trump ha lanciato dei messaggi apparentemente distensivi. Il presidente americano ha fatto trapelare l’interesse per un nuovo accordo nel quale dovrebbero essere inseriti il controllo e la limitazione dei missili balistici iraniani e un riferimento al ruolo regionale dell’Iran. Quest’ultimo potrebbe essere eventualmente reinserito in un ordine internazionale a condizione che non vada a destabilizzare la regione e a minacciare gli alleati degli Usa. Dal canto suo l’Iran ha posto come condizione preliminare per negoziare la revoca immediata delle sanzioni.

Nei giorni scorsi il premier libanese Hariri ha aperto a un cessate-il-fuoco con Israele. Che ne pensa? I due Paesi sono formalmente in guerra…
Il Libano è da sempre il termometro della tensione regionale e, in molti casi, è il Paese dove si consumano crisi, conflitti e tentativi di mediazione tra gli attori regionali. È un’ipotesi quanto mai positiva – impensabile fino a qualche anno fa – per la stabilità regionale e che ci fa comprendere meglio l’importanza della missione Unifil, oggi guidata dal generale Stefano Del Col, con il generale Bruno Pisciotta del comando del settore Ovest, che ha visto da giugno 2006 i nostri militari protagonisti nel garantire oltre 13 anni di stabilità lungo la linea di demarcazione più instabile del Medio Oriente.

Se oggi si arriva a ipotizzare un simile scenario rispetto al quale la politica e la diplomazia molto dovranno ancora fare, lo si deve al lavoro e alle condizioni create con pazienza, abnegazione e professionalità dai nostri militari, dai nostri Comandanti e dai militari degli altri paesi che compongono la missione Unifil.

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