Responsabilità medici. Boscia (Amci): “Attenzione a un conflitto che può mettere a rischio la sanità nel suo insieme”

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Giovanna Pasqualin Traversa

Sono in arrivo i decreti attuativi della legge 24/2017, “Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie”, che stabilisce regole in materia di prevenzione degli errori e di gestione del rischio. Il provvedimento impone ad ogni ospedale e ad ogni “esercente la professione sanitaria” di stipulare una polizza professionale. I decreti attuativi regolamentano i requisiti minimi di queste polizze (obbligatorie per ospedali pubblici e privati, e professionisti sanitari), i criteri per l’ autoassicurazione, e l’attivazione nel bilancio di ospedali e cliniche di fondi certificati a garanzia dei risarcimenti e della solvibilità. Fissati, tra l’altro, i massimali di risarcimento che si attestano sui 4 milioni di euro per sinistro e sui 12 milioni di aggregato annuo per compagnia assicurativa per i danni più gravi, come quelli da parto. Intervistato dal Sir, Filippo Maria Boscia, presidente nazionale dell’ Amci (Associazione medici cattolici italiani) e ginecologo e ostetrico di lungo corso, fa notare che nel provvedimento si parla di “contratti”; termine che rispecchia il passaggio, in relazione alla responsabilità del medico, “dalla fiducia al contratto”. Boscia rammenta di avere accolto due anni fa la legge con un certo favore pur evidenziandone le ambiguità perché più che una norma, ribadisce, occorre

“una nuova alleanza medico-paziente”.

Senza entrare nel merito dei decreti, il presidente dell’Amci spiega che la medicina “partiva dal concepire l’incontro tra paziente e medico come l’incontro tra una fiducia e una coscienza; parlare di rapporto tra medico e cittadino-utente già cambia il quadro”. Gli aspetti semantici non sono insomma privi di significato: “da luoghi di accoglienza, con l’aziendalizzazione gli ospedali diventano stabilimenti di cura”.Un rapporto ambivalente “condizionato da una società che si aspetta di ricevere il miracolo della salute, per cui le delusioni derivanti dagli eventuali insuccessi del trattamento medico accendono un sentimento di riprovazione e questi insuccessi vengono considerati danni attribuibili a cause iatrogene, mentre sono effetti collaterali previsti”.

Boscia rileva anche che se “l’informazione di massa ha coniato il termine non condivisibile di malasanità o malpratcice”,

nessuno chiarisce che molte malattie non sono suscettibili di una diagnosi compiuta, e che molti trattamenti, di per sé necessari e opportuni, sono gravati da una rischiosità reale e prevedibile”.

“Se non si ripristina l’alleanza tra medico e paziente il malato potrà venire abbandonato per difesa” mentre questa conflittualità “continuerà a generare uno stato d’animo confuso all’interno del quale il cittadino comune non riuscirà a distinguere tra condizioni che lasciano una speranza di guarigione e di benessere” e “casi ad andamento non benigno”. Se a questo si aggiunge “l’allungo di una giustizia che talvolta travalica per sintonizzarsi con l’aspettativa del risarcimento del danno in una società in cui il denaro ha assunto un ruolo progressivamente dominante rispetto ad altri valori”, il rischio è che “in questo clima di diffusa sfiducia nei medici e di diffusa speranza nell’onnipotenza della medicina, la medicina stessa si ammali”.

Sull’assicurazione obbligatoria per ospedali e professionisti, Boscia parte dalla propria esperienza spiegando che quando un medico laureato e specializzato deve essere assunto, “gli viene imposta un’assicurazione che per ostetricia viene a costare 14 mila euro l’anno; importo non sostenibile per chi percepisce uno stipendio che arriva al massimo a 2.200 euro”.

“È ingiusto imporre al medico un’assicurazione obbligatoria che deve invece essere in capo alla struttura,

all’organizzazione generale che all’atto dell’assunzione dovrà selezionare i medici non in base a criteri di tipo politico- raccomandatorio, ma sulla scorta della loro competenza”.

Ed ecco l’inquietante fotografia scattata dal presidente dell’Amci:

“In Italia, secondo gli ultimi dati, ci sono in piedi 35 mila cause. Solo in piccolissima parte viene accertata la colpa effettiva dei medici ma il fenomeno fa sì che essi, per tutelarsi dal rischio di denuncia prescrivano farmaci, esami, procedure e ricoveri inutili ma estremamente costosi per il Ssn. I pazienti rimangono ostaggio di liste d’attesa sempre più lunghe mentre medici e istituti sanitari pagano premi assicurativi sempre più alti e studi legali esteri con spregiudicatezza inseguono i cittadini allettandoli con il gratuito patrocinio”.

Ad una domanda sull’imperizia di alcuni sanitari Boscia replica che per abbattere le liste d’attesa “alcune Asl hanno imposto una sorta di ‘tempario’: 15 minuti per un’ecografia; 7 minuti per un elettrocardiogramma. In queste condizioni, come si può non prevedere il rischio di omissione?”. Quando poi si eccede nelle procedure diagnostiche e vengono prescritte “tutte le indagini teoricamente eseguibili, esse non portano ad una chiarificazione ma ad un ampliamento della responsabilità. Sette consulenze su un paziente allargano la responsabilità ad altrettanti medici”.

Questa legge, conclude, “potrebbe essere la salvezza del rapporto medico paziente se lo Stato si accollasse gli oneri di un eventuale contenzioso, ovviamente riversandolo poi sui professionisti che effettivamente non avessero svolto con scrupolo la propria attività. Non è possibile che chiunque e per qualsiasi cosa aggredisca una medicina solidaristica e universalistica come la nostra. Anziché difenderla, abbiamo imboccato un corridoio cieco che esaspererà sempre più la situazione” perché “medici, pazienti, famiglie e compagnie assicurative sono stretti nella morsa insidiosa di

un conflitto che rischia di compromettere l’equilibrato sviluppo e l’operatività della sanità nel suo insieme”.

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