Terra Santa. P. Patton (Custode) al Meeting di Rimini: “Non usare il concetto di minoranza come una specie di alibi”

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Daniele Rocchi

Al Meeting di Rimini per ribadire la potenza di un incontro che, dopo 800 anni, mostra ancora una dirompente attualità. Specialmente in un tempo in cui “la parola, più che uno strumento di dialogo è diventata un mezzo per aizzare gli animi e diffondere ostilità”. È stato questo il senso della presenza e del messaggio che il Custode di Terra Santa, padre Francesco Patton ha voluto lanciare dal palco della 40ma edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli in corso (18-24 agosto) nella città romagnola. Nel 1219 Francesco si reca a Damietta, in Egitto, nel pieno della quinta crociata, spinto dal desiderio di incontrare il sultano Malek el-Kamel e potergli parlare. Da lì farà ritorno in Italia illeso, stravolgendo le aspettative di molti e forse anche le sue. Quali sono gli aspetti fondamentali e straordinari dell’incontro tra Francesco e il Sultano? Quali esempi di dialogo tra cristiani e musulmani si possono rintracciare oggi? E cosa suggerisce quell’incontro di 800 anni fa? Sono queste alcune delle domande cui il Custode ha cercato di rispondere alternandosi con Maria Pia Alberzoni, professore ordinario di Storia Medievale all’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano. “A partire dal XVI secolo – ha sostenuto la storica, esperta di francescanesimo – è passata l’idea che tra musulmani e cristiani, tra Oriente e Occidente, il confronto si sia espresso con sanguinose guerre di religione. Invece molte fonti attestano che nel Mediterraneo il confronto tra cristiani e musulmani ha sviluppato altri tipi di rapporti culturali e commerciali improntati alla convivenza pacifica”. In questo solco si inserisce anche l’incontro di Damietta cui il Meeting dedica una mostra (promossa da Custodia di Terra Santa, Fondazione Meeting per l’Amicizia fra i Popoli, Ats Pro Terra Sancta) intitolata “Francesco e il Sultano 1219-2019. L’incontro sull’altra riva”. L’esposizione racconta le motivazioni che hanno spinto Francesco a intraprendere il viaggio, l’itinerario che ha percorso e descrive le conseguenze che da questo incontro si sono generate, tra cui l’insediamento dei frati francescani nei Luoghi Santi (Custodia di Terra Santa) e in altre terre del Medio Oriente, fino al Marocco e all’Egitto.

Custode Patton, 800 anni dopo, qual è l’attualità del messaggio che viene dall’incontro di Damietta?
Si tratta di un messaggio significativo perché, oggi come allora, molti pensano che invece di incontrarsi, le civiltà debbano necessariamente scontrarsi. Allora lo scontro si chiamava Crociata oggi si chiama in altro modo. Francesco e il Sultano dimostrano invece che incontrarsi e dialogare è possibile, così come apprezzarsi e stimarsi reciprocamente. Le Fonti francescane raccontano di un incontro tra i due fraterno e cordiale dove il Sultano stesso compie gesti di grande ospitalità e alla fine congeda Francesco con un senso di amicizia e fraternità. Mi pare importante riproporre oggi l’utopia dell’incontro anziché la crudezza dello scontro.

Le Crociate di allora e la “Terza Guerra mondiale ma a pezzi” di oggi, per usare parole di Papa Francesco…
Certamente. Ma la tensione allo scontro è anche a livello culturale, con un accentuazione del linguaggio dello scontro, bellicoso. Per san Francesco la parola deve essere uno strumento di pace. Oggi invece la parola viene spesso usata per aizzare gli animi, per accrescere l’ostilità piuttosto che la capacità di comprendersi. E questo lo vediamo presente in maniera trasversale e globale perché di fatto accade in tutte le società occidentali e non solo. San Francesco ha abolito la parola ‘nemico’. Il nostro vero nemico è l’Io egoista.

L’ultradecennale conflitto israelo-palestinese pare offuscare i semi di incontro e di dialogo che germinano in Terra Santa grazie alla presenza francescana in questi 800 anni…
La cosa più bella che la Terra Santa dona è, per usare parole di Paolo VI, il cosiddetto Quinto Vangelo che trasmette in senso anche fisico l’esperienza della Rivelazione e dell’Incarnazione. Ma ci sono tanti altri semi che fioriscono e mi piace ricordare il lavoro di educazione e formazione che come Custodia portiamo avanti nelle nostre scuole. Si tratta in sintesi di un lavoro di costruzione di una cultura della pace. Le nostre scuole sono frequentate per metà da cristiani e musulmani. Addirittura a Gerico il nostro istituto è frequentato dal 96% di studenti musulmani e dal 4% di cristiani. Il grande sforzo è proprio quello di edificare una cultura della fraternità come auspicato dalla Dichiarazione sulla fratellanza firmata da Papa Francesco e il grande Imam di Al Azhar, Al-Tayyib, ad Abu Dhabi. La collaborazione non si improvvisa, le scuole e il lavoro educativo ci permettono di costruire in una prospettiva anche di lungo termine. E qualcosa comincia già a vedersi.

Che cosa, può fare un esempio?
Sono stato in Egitto tra febbraio e marzo e per la prima volta, credo, nella sua storia, l’università di Al Azhar ha promosso una giornata di dialogo e di studio cui hanno partecipato 600 tra imam, studenti, docenti musulmani e religiosi, frati, suore e studenti cristiani. Un fatto che non sarebbe stato possibile se il mese prima il Pontefice e il grande Imam non avessero firmato quella Dichiarazione. Il Documento di Abu Dhabi per me è una grande occasione da cogliere.

In che modo andrebbe colta?
Papa Francesco ha chiesto che questa Dichiarazione sottoscritta ad Abu Dhabi diventi oggetto di studio e di approfondimento nelle scuole. Come Custodia di Terra Santa abbiamo cominciato a farlo e abbiamo chiesto ai direttori delle nostre scuole che il testo di Abu Dhabi entrasse tra gli argomenti di studio congiunto per tutti, studenti e professori. Abbiamo organizzato, inoltre, a Betlemme una settimana di dialogo e laboratori dove, al termine dei lavori, 300 studenti cristiani e 300 musulmani hanno elaborato una sorta di decalogo quale base di lavoro comune per costruire un senso di fraternità. L’obiettivo non può essere la tolleranza, sarebbe riduttivo, ma la fraternità. Deve nascere una cultura della fraternità tra i credenti nel rispetto delle diverse identità religiose.

Un lavoro enorme per una presenza cristiana che diventa sempre più fragile…
Certamente è una presenza fragile ma uno dei punti del Documento di Abu Dhabi dice che bisogna evitare di abusare del concetto di minoranza che rischia di diventare un modo per negare la piena cittadinanza a quelle che sono vere minoranze, come quella cristiana, per esempio. Dobbiamo smettere di usare il concetto di minoranza come una specie di alibi. La minoranza in chiave evangelica si chiama lievito, sale e luce.

Si parla molto di dialogo con l’islam meno di quello con l’ebraismo…
Stiamo cercando di coltivarlo a partire dalle occasioni che abbiamo che sono soprattutto di tipo culturale. Il mondo ebraico è molto interessato agli eventi culturali come mostre, concerti ed esposizioni. A volte, poi, nascono delle occasioni di dialogo imprevedibili. Nel villaggio di Ein Karim abbiamo un ottimo rapporto con la comunità ebraica nato per un pallone da calcio donato dai frati ai giovani del villaggio. Sono tre anni che in occasione della festa di san Giovanni Battista organizziamo insieme una giornata di studio e dialogo tra ebrei e cristiani. Da quest’anno le giornate saranno due su richiesta della comunità ebraica. Un’occasione ulteriore nella quale mettere a confronto la festa ebraica delle luci con quella cristiana del Natale. Anche un pallone da calcio può servire la causa del dialogo. La cosa fondamentale è essere aperti quando si presenta l’occasione. È con questo spirito che stiamo costruendo il museo di Terra Santa. Sappiamo quanto un’opera simile possa aiutarci a dialogare sia con ebrei che con musulmani e in qualche modo aiutarci a diventare noi stessi tramite di un incontro tra ebrei e musulmani.

Tornando al conflitto israelo-palestinese, pare che le posizioni estremiste e radicali prevalgano sul dialogo. Ci sono margini per riavviare contatti negoziali?
Più che quello degli estremismi vedo il prevalere della stanchezza. A livello locale si nota una certa demotivazione al dialogo. Tra le altre cose ancora non si capisce bene in cosa consista il “Piano del secolo” redatto dagli Usa per sciogliere il nodo del conflitto tra israeliani e palestinesi. Ciò che rilevo è una certa stanchezza. Bisognerebbe rimettere in moto la fiducia reciproca.

I pellegrinaggi possono in qualche modo aiutare a ristabilire un clima di fiducia?
I pellegrinaggi segnano un trend molto positivo e sono un segno di speranza soprattutto per la comunità cristiana locale. Non solo da un punto di vista economico ma anche da quello spirituale. Quando i cristiani locali vedono i pellegrini capiscono che fanno parte della Chiesa universale e si sentono meno soli. Uno dei problemi delle minoranze è quello del sentirsi abbandonati. Il fatto che ci siano gruppi di pellegrini che chiedono di incontrare le comunità locali oppure vedere che ci siano vescovi o pastori delle varie chiese in pellegrinaggio è qualcosa di molto importante per le pietre vive delle Terra Santa. Sarebbe altamente significativo che il movimento dei pellegrini possa tornare a solcare anche i cammini di san Paolo in Siria.

La Custodia ha conventi e frati attivi anche in Siria, un altro teatro di guerra. Che notizie arrivano da quel Paese?
In Siria non vediamo ancora la luce del giorno. La situazione è bloccata. Si pensava che la situazione si sarebbe sbloccata ma Paesi come Russia, Usa, Turchia, Iran e Arabia Saudita non hanno ancora raggiunto un accordo. Si combatte nella zona di Idlib dove i pochi cristiani rimasti, insieme a quelli della vicina Valle dell’Oronte, stanno soffrendo molto come il resto della popolazione.

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