Competenze, innovazione e lavoro in trasformazione. L’Italia è pronta alla sfida?

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Alberto Baviera

L’ultimo a lanciare l’allarme, solo pochi giorni fa, è stato l’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono, alla conferenza organizzativa della Cisl: “Nei prossimi 2-3 anni avremo bisogno di 5-6 mila lavoratori ma non so dove andarli a trovare. Si tratta di carpentieri, saldatori… Abbiamo lavoro per 10 anni, cresciamo ad un ritmo del 10%, ma sembra che i giovani abbiano perso la voglia di lavorare”. Un bel paradosso per un Paese in cui il dato della disoccupazione, seppur per la prima volta da 7 anni tornato sotto la soglia simbolica del 10%, resta ben al di sopra della media europea (7,5%).

Ma, dicevamo, quello lanciato da Bono è solo

l’ultimo sasso lanciato nello stagno del mismatch occupazionale, con il mondo del lavoro che domanda figure diverse da quelle che il sistema dell’istruzione offre.

A fine 2018, il presidente del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel), Tiziano Treu, in un’intervista al mensile “Economy” notava come “l’Italia ha accumulato un ritardo gravissimo sulle competenze e sull’innovazione. Abbiamo investito meno della metà di quanto sarebbe stato necessario. E oggi la paghiamo cara sul fronte del lavoro. Almeno 100mila posti di lavoro che attendono soltanto qualcuno in grado di occuparli, in Italia oggi effettivamente ci sono”.

Che in Italia ci sia un disallineamento tra la domanda di competenze richieste dalle imprese e quelle in possesso degli aspiranti lavoratori lo certificano anche i numeri.

Secondo i dati contenuti nell’ultimo rapporto “La domanda di professioni e di formazione delle imprese italiane” di Unioncamere e Anpal, nel 2018 delle 4.553.980 entrate programmate quelle “difficili da reperire” sono state pari al 26,3%, con picchi del 50,4% per figure dirigenziali e del 37,5%-38% per le professioni tecniche, operai specializzati e professioni intellettuali, scientifiche e con elevata specializzazione. La difficoltà a reperire è risultata complessivamente in aumento rispetto al 2017 quando fu del 21,5% su un totale di poco più di 4 milioni di nuove entrate. Nelle due annate prese in considerazione, riguardo alle nuove figure professionali – quelle che non sostituiscono professionalità già presenti all’interno dell’impresa – è andato aumentando il livello di qualificazione. “La quota di nuove figure tra le professioni intellettuali e scientifiche a elevata specializzazione passa dal 14,7% del 2017 al 24,7% del 2018 e quella delle professioni tecniche dal 16,7% al 23,3%”, spiega il rapporto, sottolineando come “la tendenza generale all’aumento delle qualificazioni sembra associata a un significativo cambiamento della composizione della forza lavoro più che a un semplice incremento delle competenze delle figure professionali esistenti: in altri termini, le imprese italiane si stanno adeguando al cambiamento modificando il livello, e non solo la composizione, delle risorse umane”.

Tra i primi 30 profili professionali di difficile reperimento, circa due terzi riguardano le professioni tecniche nell’ambito industriale (come elettrotecnici, tecnici elettronici, tecnici meccanici) e nell’ambito dei servizi (per esempio agenti assicurativi, tecnici programmatori, agenti immobiliari). E nella filiera dell’elettronica e informatica si concentra una significativa richiesta di figure non facilmente reperibili sul mercato a diversi livelli di specializzazione: non solo ingegneri elettrotecnici o analisti e progettisti di software, ma anche installatori, manutentori e riparatori di apparecchiature informatiche e specialisti di saldatura elettrica.

Nelle “Previsioni dei fabbisogni occupazionali e professionali in Italia a medio termine”,

Unioncamere e Anpal stimano che nel quinquennio 2019-2023 lo stock nazionale di occupati possa crescere in una misura compresa tra 374.000 e 559.000 unità a cui si aggiunge la “replacement demand”, dovuta alla necessità di sostituzione dei lavoratori in uscita, che potrà variare tra 2.351.700 e 2.470.700 unità. In totale,

il fabbisogno di occupati previsto nel quinquennio varia tra le 2.725.500 e le 3.029.800 unità. Di queste, circa il 30% sarà sui versanti della “Digital trasformation” e dell’ecosostenibilità.

Le stime dicono che fino a tutto il 2023 imprese e Pubblica amministrazione ricercheranno tra circa 270mila e circa 300mila lavoratori con specifiche competenze matematiche e informatiche, digitali o connesse a “Industria 4.0” mentre saranno ricercati tra 518mila e 576mila lavoratori con competenze green per cogliere al meglio le opportunità offerte dall’economia circolare. Una domanda che – spiega il rapporto – “riguarderà, in maniera trasversale, tanto le professioni ad elevata specializzazione che le professioni tecniche, gli impiegati come gli addetti ai servizi commerciali e turistici, gli addetti ai servizi alle persone come gli operai e gli artigiani”.
Considerando le filiere, al netto dei due fabbisogni appena indicati, le stime indicato che saranno ricercati fra 362.000 e 381.000 lavoratori per quella “salute e benessere” (prevalentemente medici, infermieri, fisioterapisti e tecnici di laboratorio medico) mentre per quella “education e cultura” saranno fra 140.000 e 161.000 (prevalentemente a figure quali docenti, progettisti di corsi di formazione, traduttori, progettisti e organizzatori di eventi culturali, esperti in comunicazione e marketing dei beni culturali). Numeri più bassi, ma non meno significativi, per la filiera “meccatronica e robotica” (69-83.000 lavoratori), per quella relativa a “mobilità e logistica” (85-98.000 unità) e per la filiera “energia” (40-43.000 richieste).
Se si prendono in considerazione i settori economici, quelli stimati con tassi di fabbisogno annui sopra la media sono sanità e assistenza sociale (3,55-3,74%), public utilities (3,22-3,32%), servizi avanzati (2,89-3,13%), servizi operativi (2,96-3,11%), servizi informatici (2,81-2,92%), servizi di alloggio e ristorazione e servizi turistici (2,81-2,93%), che sono i comparti con maggiore dinamica occupazionale attesa. Tra i settori industriali con tassi di fabbisogno migliori si stimano il comparto delle pelli-calzature (2,48-2,92%) e le industrie alimentari, delle bevande e del tabacco (2,03-2,19%).

La domanda, che anche i recenti allarmi fanno sorgere, sembra perfino scontata:

ci sarà un numero sufficiente di persone – opportunamente orientate e formate nel loro percorso scolastico, dell’istruzione professionale e dell’università – per far fronte a richieste ed esigenze del mercato del lavoro di questi anni?

Le stime indicano che dovrebbero essere richiesti da 1,6 a 1,8 milioni tra diplomati e laureati, sostanzialmente equamente suddivisi, e poco più di 1 milione di persone in possesso di qualifica professionale o che hanno terminato la scuola dell’obbligo. E se, secondo Unioncamere e Anpal, “la struttura professionale del nostro Paese dovrà evolversi per allinearsi alle richieste di nuove competenze nel campo della digitalizzazione e della sostenibilità ambientale, nonché ai fabbisogni delle filiere trainanti la domanda di lavoro”, tra le raccomandazioni indicate dall’Ocse all’Italia solo pochi giorni fa nel documento “Going for Growth 2019” alcune riguardano proprio il raccordo istruzione-mercato del lavoro. Al nostro Paese viene suggerito di “rafforzare l’apprendistato, l’istruzione professionale, i corsi di formazione e l’apprendimento permanente”; “aumentare il sistema di istruzione e formazione professionale post-secondaria con il coinvolgimento delle imprese sulla base dell’esempio degli Istituti tecnici superiori”; “garantire che le nuove lauree professionalizzanti completino piuttosto che si sovrappongano agli Istituti tecnici superiori”.

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