Sulla nave ospedale “Papa Francesco” lungo il Rio delle Amazzoni con cinque medici italiani

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Bruno Desidera

Dopo un mese di rodaggio dal suo arrivo al porto di Óbidos (sul Rio delle Amazzoni, nello Stato brasiliano del Pará), la nave ospedale Papa Francesco è entrata nella pienezza della sua azione, viaggiando lungo il grande fiume per prestare servizi sanitario alle popolazioni rivierasche e della foresta amazzonica, soprattutto gli indigeni e le persone più vulnerabili. E in questa prima metà di agosto, a prestare la propria opera, ci sono anche cinque medici italiani, appartenenti alla Onlus “Mattoni di gioia”, che da tempo opera in Brasile, soprattutto nella zona di Salvador de Bahia. Con loro è entrato in Brasile anche un ecografo donato da Papa Francesco, attraverso l’impegno del suo elemosiniere, il cardinale Konrad Krajewski.

L’idea del Papa e una lunga gestazione. La nave ospedale è un’iniziativa unica del suo genere. Un progetto che ha avuto una lunga gestazione, come spiega al Sir frei Francisco Belotti, coordinatore della Fraternità Francesco d’Assisi nella Provvidenza di Dio, ideatore dell’iniziativa, che ha avuto un ispiratore “speciale”: “In occasione della Giornata mondiale della gioventù del 2013, a Rio de Janeiro, dove la Fraternità ha un ospedale, Papa Francesco, in visita a quella struttura sanitaria, mi chiese se operavamo anche nel territorio amazzonico. Dopo la mia risposta negativa, ci esortò a pensare a un progetto”.

L’idea si è fatta strada e sono stati costruiti nel frattempo due ospedali gestiti dalla Fraternità, a Óbidose a Juruti. Ma non bastava. Come arrivare alle popolazioni della sterminata Amazzonia? Così, grazie a un finanziamento del Governo brasiliano (che ha destinato al progetto i proventi di un indennizzo per danno morale collettivo a carico delle aziende Shell Chimica e Basf S.A),

nei cantieri navali di Fortaleza è nata la nave Papa Francesco: 32 metri, con apparecchiature per la diagnosi, il trattamento, il ricovero e a prevenzione in oftalmologia, odontologia, chirurgia, analisi di laboratorio, infermeria, vaccinazioni, radiografia, mammografia ed elettrocardiogramma.

A bordo, oltre a un religioso e a un equipaggio di 10 persone, ci sono circa 20 medici e paramedici, spesso volontari provenienti dall’estero. Ancorata al porto di Óbidos, la nave visiterà oltre 1.000 località di dodici municipi lungo il Rio delle Amazzoni, per un bacino potenziale di 700mila persone, attraverso spedizioni di dieci giorni ciascuna. Alla nave si affiancherà una “lancia” con funzioni di ambulanza. “In questo modo – spiega ancora frei Belotti – riusciremo a incontrare molte comunità soprattutto di popoli indigeni, molte tribù, persone ai margini, che finora non hanno mai avuto accesso a un’assistenza sanitaria vera e propria”. Questa iniziativa “è un segnale di pace e speranza per l’Amazzonia”, ha commentato, in occasione della simbolica consegna delle chiavi della nave, il vescovo di Obidos, dom Bernardo Bahlmann.

Il lavoro dei medici italiani. Come detto, un importante contributo al progetto arriva anche dai medici italiani di Mattoni di gioia Onlus, presieduta da Patrizia Cusano, dentista e presidente dell’organizzazione. È lei stessa a presentare al Sir gli obiettivi di questa spedizione, iniziata il 2 agosto, e i suoi compagni d’avventura: l’altro dentista Gustavo Bianchi, gli internisti Filomena Pietrantonio e Luca Moriconi, la radiologa Antonella Calamosa. “Si tratta di un’équipe con varie competenze, io stessa sono medico, con specializzazione dentistica.

Il nostro obiettivo è, certamente, quello di portare il nostro aiuto e le nostre competenze, ma anche e soprattutto quello di formare le persone del luogo.

Per questo abbiamo voluto portare con noi un ecografo portatile, che è un dono di Papa Francesco. E questa apparecchiatura resterà in Amazzonia. Ancora, abbiamo il necessario per insegnare e praticare la telemedicina. In questi primi giorni siamo sulla nave, che in alcuni giorni resta attraccata e in altri si sposta nei villeggi vicini, poi quando questa si muoverà verso Belém (dove ci sarà l’inaugurazione ufficiale, ndr), resteremo a Óbidos ancora per qualche giorno, prima di andare a Salvador, dove l’onlus è in pratica nata. Ma attraverso la telemedicina potremo restare in contatto con l’equipaggio della nave”.

Grandi le attese di Patrizia Cusano: “È tutto nuovo, la nave e anche il nostro servizio, ma mi sembra importante il poter investire su delle professionalità locali. Questa nave rappresenta per tante persone l’unica opportunità di essere curati. Basti pensare che tra le città di Óbidos e di Santarém ci sono otto ore di traghetto”. Resta, tuttavia, dopo i primi giorni di lavoro, la consapevolezza del grande lavoro da fare: “Ci vorrebbero altre professionalità, un chirurgo, in particolare. Arrivano tantissime persone dalla foresta con patologie gravi non curate da tempo, c’è chi è stato portato qui con fratture riportate tre mesi fa”.

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