La riforma della giustizia e il rischio di restare su un binario morto

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Francesco Bonini

Qualche giorno fa, in occasione della scomparsa del procuratore capo Borrelli, ricordando la sua figura e la vicenda di Tangentopoli, sono riaffiorati i diversi e opposti schieramenti, come ha giustamente osservato sulle pagine di Avvenire Marco Olivetti.

E’ il bipolarismo italiano tra garantisti e giustizialisti, ovvero il grande tema dei rapporti tra legislazione e giurisdizione, più concretamene tra magistratura e politica, strutturale in Italia almeno appunto da Tangentopoli, una vicenda di fatto mai chiusa.

In questa cornice la riforma Bonafede rischia di rappresentare un ulteriore capitolo di questa storia infinita. Come, in termini meno strutturali ma pure significativi, è un ulteriore capitolo della originale vicenda del “contratto” del governo giallo-verde in cui i partner sembrano divisi su tutto, ma di fatto concordi nel continuare questa peculiare esperienza.

Per questo non ci si può stupire di un Consiglio dei ministri sulla proposta di riforma della giustizia molto complicato concluso con il rinvio della parte più sensibile, quella relativa alla riforma del processo penale, che si porta dietro la scottante questione della prescrizione, già oggetto di un primo intervento legislativo nel quadro del decreto poi legge, qualificato, con vocabolo poco manzoniano, ma parlante, “spazzacorrotti”. Si era tuttavia nella primissima fase della legislatura, con diversi rapporti di forza e di contesto. Sugli altri macro-temi della riforma, ovvero la ristrutturazione del Csm, dopo i recenti scandali, e il processo civile, sembra che le posizioni siano più vicine.

Così, salvo smentite, resta impossibile fare previsioni, tanto nel merito sull’esito della riforma, quanto, a livello politico, sulla collaborazione di governo e sulla più strutturale dialettica tra “garantisti” e “giustizialisti”, ovvero sull’uso del penale nella dialettica politica.

Se una certa logica vorrebbe ulteriormente attizzare il conflitto, dall’altro servirebbe una composizione che potrebbe avere l’etichetta di quella “cultura dalla legalità”, che peraltro fu oggetto di un documento della Cei datato 4 ottobre 1991, dunque ben prima di Tangentopoli e che resta la vera esigenza di una Italia ancora scombussolata.

In questo guazzabuglio restano infatti alcuni punti fermi, ovvero alcune esigenze strutturali. La prima è, banalmente, la certezza del diritto, ovvero le garanzie prima di tutto per i cittadini e poi per le istituzioni: la giusta durata dei processi, le garanzie per la difesa, la qualificazione e la qualità della magistratura.

Nessuna riforma è a costo zero.

Giustamente costa a coloro i cui interessi, spesso corporativi e settoriali, sono colpiti, ma costa anche perché un miglior funzionamento della giustizia, di cui c’è un evidentissimo bisogno, perché azzoppa il sistema Paese, significa corposi investimenti in personale e in infrastrutture.

Si stanno conducendo esperimenti di giudizio tramite la cosiddetta intelligenza artificiale, ovvero tramite robot. In realtà la cultura della legalità passa attraverso le persone. Per questo bisogna essere fiduciosi, anche se il rischio di restare su un binario morto è molto, molto alto.

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