Cosa conduce un ragazzo a fumarsi una canna? Risponde la pedagogista Maria Chiara Verdecchia

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Proponiamo l’intervista alla dott.ssa Maria Chiara Verdecchia, pedagogista, counselor, formatore, esperta di problematiche educative/didattiche, consulente genitoriale, e titolare del centro psico-pedagogico “Pharus”.

La legalizzazione l’uso della ‘canna’, incontra pareri contrastanti, quali sono le sue riflessioni rispetto al mondo giovanile?
Innanzitutto è da chiarire che il mondo degli adulti è tutt’altro che estraneo a questa problematica. Penso comunque sia un’assurdità volerla mettere a disposizione, visti gli effetti dannosi che essa produce, come anche ultimamente la scienza e l’esperienza hanno dimostrato. Il problema però è a monte. Dietro un agire, c’è sempre il soggetto e le sue motivazioni.

Oggi più che mai si parla di “ragazzi difficili” da educare; la scuola si lamenta, le famiglie faticano, ma chi sono questi ragazzi?
Si tratta di ragazzi i cui comportamenti risultano essere dissonanti rispetto ad un modello sociale condiviso e così facendo vengono considerati ‘diversi’ rispetto agli altri. Sebbene, qualsiasi tipo di “scarto” si trasformi come evento di attenzione sociale, tuttavia, va riconosciuto, che dietro ogni fatto c’è un diario, dietro ogni azione una biografia, dietro ogni comportamento una visione del mondo.

Cosa conduce un minore a fumare una canna?
A mio avviso è una questione di senso e significato che il minore attribuisce al mondo che lo circonda, alle azioni che compie, alla sua affiliazione ad un determinato gruppo o modello di vita. Per comprendere il “perché” di un determinato comportamento, non basta fermarsi a una diagnosi né limitarsi a una definizione, occorre prestare attenzione al senso “soggettivo” che il minore attribuisce al suo comportamento e al dialogo che instaura con il mondo interno.

Cosa può fare un educatore, un genitore, un docente o altro?
Partendo dalla consapevolezza che ciò che un ragazzo incarna nei suoi pensieri, convinzioni, valori, sentimenti ed emozioni, è dovuto, soprattutto, all’ esperienza che gli è stata trasmessa e ai modelli cui è stato esposto, frequentando un certo mondo naturale e sociale, qualsiasi tipo di relazione educativa, pertanto non può non essere uno scambio di punti di vista diversi, dove ascolto attivo, sospensione del giudizio e comprensione, diventano elementi necessari per tracciare luoghi comunicativi.

Ma un genitore, concretamente cosa può fare?
Sarebbe opportuno, paradossalmente, tralasciare il comportamento in questione, o quanto meno, utilizzarlo come punto di partenza per cercare di comprendere la visione del mondo e l’orientamento dell’intenzionalità che possono averlo motivato. Occorre che il genitore non deleghi subito ad altri ciò che lui stesso potrebbe fare, ma abbia fiducia nelle sue potenzialità e nella straordinarietà della sua missione educativa, con la consapevolezza che entrambi si è fragili e deboli. Non servirà un ripristino del passato e la messa in discussione di chissà quali pensieri, ma serve accompagnare immediatamente il figlio verso nuove esperienze, prospettargli nuove possibilità capaci di aprire orizzonti diversi, ampliare relazioni sul territorio, valorizzare anche quel poco di personalità che affiora, fargli sentire la presenza, non in termini di invadenza o di supporto semplicemente materiale, ma nel vero significato dell’ “esserci”, nella più profonda umanità. Gradualmente, poi, il ragazzo con l’aiuto costante svilupperà una nuova attribuzione di senso al proprio vissuto.

Nella sua attività, ha modo di incontrare tanti genitori e figli, quali sono le sue impressioni rispetto alla genitorialità?
Si, lavoro tanto, ma ciò che mi rattrista è che, spesso, nella maggior parte dei casi, si chiede consulenza genitoriale solo quando il figlio va male a scuola o si fa le ‘canne’. Diventa più un discorso ri-educativo che educativo. Sono due percorsi completamente diversi. L’educazione parte dal concepimento e dura per tutta la vita, genitori e figli lo si è per sempre, anche se il rapporto muta nel suo percorso a seconda delle varie fasi di crescita. Capisco che lo stile di vita cui oggi siamo relegati non ci aiuta a svolgere nei migliori dei modi tale funzione, ma credo, che a volte, manchi la volontà di mettersi in gioco, di accettare fallimenti e frustrazioni cui spesso non siamo abituati, vedere infrangere la propria onnipotenza che magari esibiamo sui posti di lavoro o nei confronti degli altri. Ai figli non importa tutto questo, sono dannatamente bisognosi di riappropriarsi dei loro genitori.

E la scuola come potrebbe aiutare la famiglia?
Non si tratta di mutuo aiuto, la scuola non può e non dovrà mai sostituire la famiglia; ciascuno è chiamato a svolgere il proprio ruolo e a interagire nel rispetto delle competenze, professionalità, diversità. E’ una comunità educante che va sostenuta e responsabilizzata per il benessere e per uno sviluppo armonico della società. Servono ponti e relazioni tra istituzioni, parrocchie, scuole, famiglie, associazioni sportive e medici.

Possiamo concludere parlando di speranza o si va verso sempre più un declino?
Assolutamente bisogna essere sempre positivi, non va criticato e demonizzato sempre tutto. La storia ce lo insegna e ognuno nel suo piccolo può davvero creare un cambiamento.

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