Patti Lateranensi: card. Parolin, “scelta lungimirante e realista”

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Una “scelta lungimirante e realista”, che “non si riduce certamente a un felice episodio nei rapporti tra la Santa Sede e lo Stato italiano, anche se la firma del Trattato e del Concordato ha segnato ufficialmente una tappa decisiva nella storia di queste relazioni, fino a quel punto piuttosto conflittuali”. Così il card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, definisce i Patti Lateranensi, che “hanno positivamente concluso la cosiddetta ‘questione romana’ e consentito al Papa e alla Santa Sede di svolgere l’universale missione spirituale che è loro propria nella necessaria piena libertà e indipendenza nei confronti di qualsiasi potere politico”. “I numerosi studi storici e le nutrite pubblicazioni edite nel corso di questi quasi cento anni – fa notare il cardinale in un articolo pubblicato da L’Osservatore Romano – hanno giustamente messo in luce la complessità della situazione fronteggiata da Pio XI e dal suo segretario di Stato, il cardinale Pietro Gasparri. Per la Santa Sede era necessario trovare una soluzione che consentisse al Papa di ricuperare una piena sovranità, anche se sulla base di un territorio poco più che simbolico, ciò che non assicurava la legge delle Guarentigie, unilateralmente promulgata dallo Stato italiano il 13 maggio 1871. Anche se ridotta al minimo, la sovranità territoriale del Papa sullo Stato della Città del Vaticano fu determinante, tra l’altro, nell’opera di protezione delle persone ricercate dal regime fascista per motivi politici, prima e durante la seconda Guerra mondiale”. Inoltre, con la firma dei Patti Lateranensi, “la Santa Sede ritrovava a pieno titolo il suo posto nel concerto delle nazioni e si rafforzava la possibilità di dispiegare la sua soggettività internazionale, già riconosciuta di fatto, e di partecipare a pieno titolo ai vari negoziati internazionali”. “Alcuni nostalgici avrebbero voluto che fosse riconosciuta al Papa la sovranità su un territorio di una certa estensione, ma Pio XI ebbe la saggezza di optare per la soluzione minima”, puntualizza il segretario di Stato vaticano, secondo il quale “i Patti Lateranensi si inseriscono in un’intensa attività diplomatica intrapresa da Papa Ratti, che si è estrinsecata nella conclusione di concordati con un considerevole numero di Paesi, volti a promuovere sia il bene delle Chiese locali, dei loro pastori e fedeli, sia una proficua cooperazione con le autorità civili per il bene delle nazioni”. “Se Pio XI è stato giustamente definito ‘il Papa delle missioni’, lo si deve in parte anche alla possibilità di agire pienamente sulla scena internazionale”, argomenta Parolin, sottolineando che “la questione più delicata alla quale si dovette dare una risposta era sapere se fosse opportuno firmare un trattato con l’Italia governata dal regime fascista, pur con la certezza che una tale conciliazione avrebbe giovato allo stesso regime. Pio XI e il cardinale Gasparri erano pienamente consci della posta in gioco. L’uno e l’altro avevano ben presente che il fascismo avrebbe tratto vantaggio dalla Conciliazione ed erano pure consapevoli che non pochi cattolici — e tra di loro alcuni cardinali — erano contrari a qualsiasi accordo con il regime, così come vari esponenti del mondo politico estero”. “Anche se non erano certi della durata degli accordi sanciti l’11 febbraio 1929, Pio XI e il suo segretario di Stato scelsero l’occasione offerta dal contesto storico del momento”, ricorda il cardinale: “Entrambi intendevano favorire un’intesa complessiva con lo Stato italiano e, per questo motivo, non si lasciarono fermare da considerazioni e da riserve — peraltro comprensibili — sui riflessi dell’accordo nelle contingenze di quella stagione politica, ma puntarono a dare un assetto duraturo ed organico alle relazioni Stato-Chiesa in Italia. Pio XI fu lungimirante e realista, come attesta la storia di questi novanta anni. Infatti, i Patti Lateranensi sono stati recepiti dalla Costituzione della Repubblica italiana, che li richiama all’articolo 7”.

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