San Benedetto, a tu per tu con Suor Graziana, Superiora del Monastero Santa Speranza

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Suor Graziana, Abbadessa del Monastero “Santa Speranza”, ci ha accolto e ci ha fatto conoscere questa particolare realtà.
L’intervista è piuttosto lunga, ma a mio avviso è una delle più belle che abbiamo realizzato. Sicuramente la più particolare. Ci dispiace solo di non potervi trasmettere il senso di serenità, di pacatezza e di gioia che si può avere standole davanti, ma questo è un invito affinché anche voi possiate conoscere e sperimentare dal vivo questa realtà della nostra città!

Chi sono le monache che abitano il monastero Santa Speranza?
Noi siamo Monache Clarisse Urbaniste dell’Ordine di Santa Chiara, cioè professiamo la regola approvata dal Papa Urbano IV nel 1263. Il nostro carisma, così come Santa Chiara lo ha definito, è vivere il santo Vangelo, seguendo Cristo povero, casto e ubbidiente e rendendolo presente, non solo alle consorelle in monastero, ma a chiunque viene a visitarci. Nel monastero Santa Speranza sono presenti 5 religiose, la più giovane è suor Massimiliana che ha compiuto 40 anni, mentre la più anziana, suor Patrizia, che è tra le fondatrici del monastero, ha compiuto pochi giorni fa 63 anni.

Come è sorto il monastero Santa Speranza?
Questo Monastero è stato fortemente voluto dal Vescovo Chiaretti: quando egli spostò la sede principale della diocesi a San Benedetto del Tronto ha voluto che nella sede della diocesi vi fosse una comunità orante. Esso è stato inaugurato l’8 dicembre 1995 e le prime tre monache provenienti dal monastero-madre di Montalto vennero ad abitarvi il 7 gennaio 1996.

Perché il monastero si chiama così?
Il nome fu scelto proprio da Mons. Chiaretti che all’epoca era segretario dell’Ufficio per l’Ecumenismo della Cei. Speranza infatti è una santa del martiriologio ortodosso che gli ortodossi venerano il 17 settembre, insieme alle sue sorelle dai nomi simbolici Fede e Carità.

Come trascorre la vita in monastero?
La struttura della nostra giornata è data dalla preghiera come se fosse l’impalcatura di una casa. Ci alziamo alle 6.00 e iniziamo il primo momento di preghiera, che è il più prolungato, poiché comprende l’Ufficio delle Letture, le Lodi, la Messa e l’Ora Terza, fino alle 8.30 circa. Dopo colazione inizia la giornata lavorativa che prosegue fino alle 12.30, quando abbiamo l’Ora Sesta e poi il pranzo. Dopo il pranzo abbiamo uno spazio di silenzio che ogni consorella può utilizzare come meglio crede, ovviamente nel rispetto delle altre. Alle 16.00 celebriamo l’Ora Nona e iniziamo la seconda parte della giornata dedicata alla preghiera personale, alla meditazione e allo studio; alle 19.00 abbiamo i Vespri. Il momento della cena è quello più conviviale, dove abbiamo tempo di parlare fra noi e svagarci. Alle 21.30 chiudiamo la giornata con la preghiera di Compieta.

Quali sono nello specifico le attività lavorative?
Ci sono tre tipi di attività: la sartoria ecclesiastica (casule, camici, tuniche per i frati, vestiti per il Battesimo o per la Prima Comunione), confezione manuale di oggetti che possono accompagnare la vita del cristiano (bomboniere, sacchettini per confetti, partecipazioni per i matrimoni, libretti per la Messa, i segnaposti) e opere di artigianato (soprattutto icone a decopage). Con queste attività sosteniamo la vita del monastero: realizziamo questi oggetti chiedendo un’offerta.

E i lavori di tipo intellettuale?
Sì, oltre a queste attività di tipo manuale, c’è anche il lavoro intellettuale: collaboriamo con alcune riviste come Donare pace e bene (la rivista dei francescani conventuali delle Marche); nel passato abbiamo collaborato con le Paoline, soprattutto per la realizzazione di sussidi per il periodo di Avvento e Quaresima.

In che modo il monastero è aperto e in relazione con l’esterno?
Innanzitutto, mediante l’accoglienza e l’ascolto delle tante persone che hanno bisogno di confidarsi, di condividere le loro fatiche o le loro gioie e di ricever una parola di speranza. Poi, è possibile partecipare alla messa presso il monastero e ad altri momenti della preghiera liturgica. Inoltre, da ottobre ad aprile teniamo una scuola di preghiera: ogni seconda domenica del mese meditiamo un particolare aspetto di Dio a partire dalla Sacra Scrittura. Lo scorso anno abbiamo visto ad esempio come Dio si relaziona con coi come Padre, come Madre e come Fratello e come in tal modo ispira la nostra relazione paterna, materna e fraterna. Ci sono anche tanti gruppi parrocchiali che, specie nei tempi forti, chiedono degli incontri e delle riflessioni sulla Parola di Dio.

Ma voi potete uscire dalla clausura?
Possiamo uscire per votare, per le visite mediche, per la formazione religiosa e per altri motivi che si rendessero strettamente necessari, relativi al lavoro, ad esempio, o all’assistenza dei nostri anziani genitori. Da questo si capisce che la clausura non è né una fuga dal mondo, né un segno di separazione che crea un “noi” e un “voi”, né un ostacolo alle relazioni, ma un segno di appartenenza totale a Dio.

Che cosa porta una donna a entrare in un monastero di clausura?
La scelta di entrare in un monastero di clausura è frutto sicuramente di un percorso di ricerca di una pienezza di vita. Quello che si desidera è una relazione col Signore che non sia una fra tante, ma la più importante che ha come specifiche caratteristiche la totalità e l’esclusività. Si tratta di una donazione totale al Signore come a uno Sposo, una donazione che investe in modo assoluto sia il tempo che lo spazio. In questo spirito ci doniamo completamente a Cristo, immedesimandoci con lui o, per dirla con San Paolo, non siamo più noi a vivere, ma è Cristo a vivere in noi.

E nello specifico lei come è entrata in monastero?
Sono nata a Reggio Calabria, dove ho vissuto fino all’ingresso in monastero avvenuto a settembre 1996. Dopo gli studi superiori ho frequentato la Facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Messina. Ho esercitato la professione di avvocato dopo aver superato l’esame. La mia formazione spirituale è avvenuta soprattutto in parrocchia dove ho prestato servizio nell’Azione Cattolica. Quando ho finito gli studi universitari ho iniziato a chiedermi più seriamente cosa volesse il Signore da me, perché raggiungevo gli obiettivi che mi ero prefissata, ma non ci trovavo quella pienezza di cui avevo bisogno. Il mio parroco mi ha invitato a pregare quotidianamente con la Parola di Dio e lo facevo fra le altre cose: mi ritagliavo degli spazi di preghiera fra le mille cose della giornata. Mi sono ritrovata a capire che volevo una vita al contrario: volevo stare principalmente col Signore e poi fare di conseguenza tutto il resto e dunque il monastero è stata per me la modalità privilegiata per mettere in pratica il desiderio di una totale donazione a Dio. Tramite un sacerdote della mia città sono venuta a conoscenza del Monastero di Santa Speranza che era appena nato e l’idea di partire con qualcosa di nuovo mi ha allettato subito e, a 27 anni, sono partita per conoscere le suore e sono rimasta.

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