Giovani emarginati

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Alberto Campoleoni

Partiamo dai dati. Sono quelli che fornisce Eurostat, l’ente di statistica della Commissione Europea, nel suo ultimo report aggiornato a tutto il 2018. E i dati sono sconfortanti: in Italia ci sono moltissimi giovani che sono “a spasso”, non lavorano e non studiano. Sono i cosiddetti Neet (Not (engaged) in education, employment or training), e appartengono a una fascia di età che va dai 19 ai 34 anni. La percentuale italiana che segnala Eurostat si attesta al 28,9% ed è la più altra tra i Paesi dell’Unione europea.

In pratica, il fenomeno riguarda in Italia più di un giovane su 4.
Per aggiungere a un dato sconfortante un ulteriore motivo di allarme, basti pensare che il primato dell’Italia in questa speciale classifica non è una novità, anzi è una conferma. Questo la dice lunga sull’efficacia delle politiche di contrasto messe (o meno) in atto nel nostro Paese per arginare la progressiva emarginazione di una larga fascia giovanile dalla vita attiva. Perché di emarginazione si tratta: non è solo una questione di mercato del lavoro che non riesce ad assorbire i giovani. Piuttosto il fenomeno dei Neet sembra indicare una generazione che non trova il suo posto all’interno della società contemporanea. Almeno non un posto tradizionalmente “attivo”.
In generale, il fenomeno dei ragazzi/giovani fuori da scuola e lavoro allarma un po’ tutta l’Europa, sia pure non nella misura italiana. Nella classifica dell’Ue, infatti, troviamo situazioni preoccupanti anche per la Grecia (26,8%) e la Bulgaria (20,9%), che seguono l’Italia sul poco confortante podio e superano la media europea dei Neet che si attesta al 16,5%, cioè circa un giovane su 6. Stanno molto meglio la Svezia (8%), i Paesi Bassi (8,4%), il Lussemburgo (9,9%) e Malta (10,1%).
Entrando un po’ più in profondità nelle statistiche si scopre che in Italia il fenomeno Neet riguarda più le donne che gli uomini, fenomeno peraltro condiviso dagli altri Paesi dell’Ue, dove la media dei maschi Neet si attesta al 12,2%, mentre per le femmine sale al 20,9. In Italia, però i numeri sono più alti e abbiamo ben il 34,2% delle giovani donne fuori da lavoro e studio, rispetto al 23,8% dei maschi. Non consola sapere che in alcuni Paesi, come la Germania, ad esempio – dove pure i Neet sono meno che in Italia – il rapporto maschi-femmine è ancora più sbilanciato a sfavore delle donne (sono il 15,4% contro il 7,7%).
I dati, naturalmente, servono per cercare di capire, prendere le misure ed agire di conseguenza. La prima cosa che dice il nuovo rapporto Eurostat è dunque che le politiche fin qui seguite sono state inefficaci anche perché – rilevano molti esperti – è molto difficile la fase di “ingaggio” per quanti si trovano di fatto ai margini. E’ difficile contattare i Neet e coinvolgerli in progetti che potrebbero cambiare la situazione. E questo rimanda ancora al termine usato sopra: emarginazione. Il problema non è solo quello di un mercato del lavoro in difficoltà, che non riesce ad assorbire le persone, quanto piuttosto di scelte e atteggiamenti progressivi di autoesclusione dalla società, che vanno a incidere sulle capacità di autonomia e di costruzione del futuro.
In buona sostanza, l’alta percentuale di Neet dovrebbe allarmare circa le prospettive di futuro della nostra società, le capacità di progetto. Di speranza. Perché se sono i più giovani a tirarsi indietro, che futuro ha il nostro vivere insieme?

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