Salario minimo: non è solo una questione di cifre

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

Stefano De Martis

“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Il dibattito sul salario minimo dovrebbe tenere sempre presente l’articolo 36 della Costituzione. In esso non si parla di una paga oraria di base vincolante per tutti, ma si traccia una prospettiva molto più ampia e più impegnativa, che non si può ridurre all’indicazione di un numero. In Italia, è bene dirlo subito, esiste un problema generale di bassi salari. Negli ultimi dieci anni, tenendo conto dell’inflazione, sono diminuiti del 2%, mentre nelle altre due grandi economie della Ue, Germania e Francia, sono aumentati rispettivamente dell’11% e del 7% (fonte Confederazione europea dei sindacati). Un lavoratore tedesco guadagna in media 910 dollari in più al mese rispetto a un lavoratore italiano, un francese quasi 600 in più. Anche il lavoratore spagnolo è avanti di 150 dollari (fonte Ocse). Dati impressionanti che pure non hanno avuto particolare rilievo sul piano della comunicazione. Molta più fortuna è toccata al dibattito sul salario minimo (al Senato è in fase avanzata la discussione di una legge ad hoc, alla Camera sono state presentate delle risoluzioni) che ha avuto comunque il merito di porre finalmente all’attenzione della politica e dell’opinione pubblica il problema grave del lavoro sottopagato o “povero”. Del resto, se 22 Paesi europei hanno da tempo introdotto nel loro ordinamento questo istituto, vuol dire che non si tratta di un argomento marginale o legato soltanto alle contingenze elettorali italiane.

Sull’esistenza di un problema da affrontare sono d’accordo praticamente tutti, almeno in teoria. Il nodo cruciale da sciogliere, però, è se il salario minimo sia davvero il modo più efficace per intervenire.

Se fissare a 9 euro – come si prospetta in Senato – la paga oraria al di sotto della quale non si può scendere, consenta di porre un argine significativo e concreto allo sfruttamento. Perplesso è il presidente delle Acli, Roberto Rossini. “Non è tanto la definizione di una cifra che risolve il problema – ha osservato – ma la capacità di affrontare nella sua complessità il tema dei working poor”. I lavoratori poveri sono una figura emersa in questa fase storica in cui avere un’occupazione non è più una garanzia sufficiente contro il rischio della povertà. Un fenomeno complesso, dice Rossini, e in effetti il discorso tiene dentro il proliferare dei “lavoretti” appannaggio soprattutto dei giovani (ma non solo), la crescita abnorme del lavoro precario e il pianeta oscuro del sommerso in cui confluisce – oltre alle attività intrinsecamente illegali – anche il lavoro dei senza-contratto (l’Istat stimava per il 2015 un tasso di lavoratori irregolari pari al 15,6%). Ma il fenomeno è presente nella stessa occupazione più strutturata, laddove 16 giovani su 100 (dati Censis) subiscono il part-time involontario, cioè non scelto ma imposto per ragioni di riduzione dei costi. Anche il dato complessivo sull’occupazione, tornata ai livelli pre-crisi (23,2 milioni di occupati, dati Istat), non evidenzia come in realtà le ore lavorate siano ancora un miliardo e 300 milioni in meno (stime Cgil) per via delle riduzioni di orario (e di stipendio) adottate durante la fase più dura della crisi.

Occorre poi sottolineare come nella busta paga dei lavoratori il minimo salariale sia ormai soltanto una delle voci della retribuzione. Negli anni la contrattazione collettiva ha portato a integrare i livelli base con altri capitoli importanti, sia in termini economici che sul piano dei diritti (tredicesime, tfr, maternità, ecc.), e attualmente essa copre la stragrande maggioranza dei settori produttivi (si stima oltre l’80%). Questo in parte spiega perché da noi non sia stato ancora introdotto il salario minimo. Non è un caso, infatti, che tale istituto sia assente anche in Paesi come Svezia, Finlandia e Danimarca che pure vantano livelli molto alti di contrattazione collettiva e non hanno quindi sentito il bisogno di un intervento legislativo.

La perplessità dei sindacati sulla fissazione per legge di un salario minimo si fonda proprio sul rischio che, soprattutto a livello di piccole e medie imprese, questa innovazione possa offrire il pretesto per sottrarsi ai contratti collettivi, con l’effetto di perverso di comprimere e non allargare il margine per i lavoratori. Questa “fuga dalla contrattazione collettiva”, come è stata definita dagli esperti, è parzialmente già in atto soprattutto attraverso la pratica dei “contratti pirata”, accordi formalmente regolari ma firmati tra sindacati spuntati dal nulla e associazioni imprenditoriali altrettanto evanescenti, che consentono di aggirare i contratti siglati delle organizzazioni più rappresentative. Al Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, ha ricordato Tiziano Treu, che del Cnel è il presidente, risultano depositati ben 888 accordi che riguardano settori per cui già esiste un corrispondente contratto collettivo nazionale. Il Consiglio ha presentato in Parlamento un progetto di legge per contrastare questo fenomeno, che è collegato alla più generale questione della rappresentanza sindacale. Ne parla esplicitamente l’articolo 39 della Costituzione: “I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”. Ma finora nessuno si è preso la briga di dare attuazione alle indicazioni della Carta che avrebbero risolto alla radice, tra l’altro, anche la questione del salario minimo.

E’ comunque fondamentale che il percorso di quest’ultimo resti agganciato alle dinamiche della contrattazione collettiva. E questo vale anche per la fissazione dell’importo base della paga oraria, che secondo alcuni esperti dovrebbe tener conto delle grandi differenze di potere d’acquisto tra il Nord e il Sud del Paese. I 9 euro di cui si discute al Senato sono pari a circa l’80% del salario medio e collocherebbero l’Italia ai vertici tra gli Stati più sviluppati (area Ocse), in cui l’eventuale salario minimo è collocato in una fascia che va dal 40% al 60% del medio. Il costo per le imprese sarebbe enorme, soprattutto se si considera l’inevitabile effetto a cascata sui livelli di reddito superiori. Le stime variano a seconda dei criteri di calcolo e della valutazione della platea potenziale. Si va dai 4,3 miliardi dell’Istat, ai 6,7 dell’Istituto per le analisi politiche pubbliche, fino ai 10 ipotizzati dal presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, che si è affrettato a ricordare la necessità di un contestuale intervento per ridurre il “cuneo fiscale”, cioè la divaricazione tra il costo sopportato dalle aziende e la retribuzione concretamente percepita dal lavoratore. Di questa riduzione si continua a parlare da tempo anche se poi, al dunque, la politica sceglie di fare altro e dirotta in altre direzioni le poche risorse che ci sono. Eppure sarebbe una misura di importanza fondamentale per far ripartire l’economia e consentire un recupero dei salari a tutti i livelli.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *