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Rupnik, “oggi è il tempo della creatività”, colmare “enorme ritardo culturale”

“Oggi è il tempo della creatività: se la Chiesa ha qualcosa da proporre, deve manifestarlo, non predicarlo”. È la tesi di Marko Ivan Rupnik, artista gesuita e direttore del Centro Aletti, che ha tenuto la prima relazione delle Giornate internazionali dell’editoria cattolica, in corso a Roma fino al 29 giugno. I cattolici, in ambito comunicativo, secondo Rupnik scontano “un enorme ritardo culturale”, di circa un secolo. “Abbiamo perduto circa 100 anni”, ha affermato: “invece di lavorare sulla vita delle persone, lavoriamo ancora sui concetti e sulle idee. Non abbiamo capito che è finita un’epoca e ne è cominciata una nuova”. “Oggi è il tempo dell’essenziale, e non dei dettagli”, il monito del gesuita, “e l’essenziale è il linguaggio della vita, legato a un nuovo modo di esistere”. “Noi siamo malati della stessa malattia del mondo: l’individualismo”, ha denunciato Rupnik: “Oggi bisogna far vedere che la vita che riceviamo è comunionale, e si realizza includendo l’altro. Non si può costruire un mondo parallelo al mondo: Gesù è venuto a salvare questo mondo”. Gran parte del mondo cattolico, invece, “è in preda alla paura. Non possiamo difendere lo smantellamento delle strutture, disperdendo energie per cose che profumano di morte, invece di creare cose nuove”. Il punto di partenza, per il gesuita, è la consapevolezza che “la cultura nasce dalla liturgia e ha una sola sorgente: l’amore. L’energia che spinte gli uomini a dire una parola, a fare un gesto, a creare un tessuto comunicativo è l’amore, che è anche il compimento della cultura”. Il pericolo, invece, nasce quando “l’uomo si innamora di ciò che ha creato: è così che incomincia la sclerosi di una cultura, la morte di una nazione. Quello che è stato creato per comunicare è diventato il muro della divisione. Nascono così gli egoismo culturali, dai quali neanche il cristiano è esente”. “Quando la cultura comincia a morire, comincia a difendersi”, ha concluso il relatore: “È Cristo l’unica soluzione di una cultura viva, capace di offrire, rinunciare, morire e poi scoprire che la stessa cosa di cui sei morto risorge ad una qualità di vita nuova”.