Parlamento europeo: che fine ha fatto il “vento sovranista”? Parlano i numeri

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Gianni Borsa

La “valanga populista”, lo “tsunami nazionalista”, e il Parlamento europeo che “cambia faccia”. Erano queste le parole d’ordine e le attese per alcuni, le minacce secondo altri. Le elezioni del 23-26 maggio avrebbero dovuto segnare lo spartiacque tra la “vecchia” e la “nuova” Europa: l’archiviazione del disegno d’integrazione politica dei padri fondatori Schuman, De Gasperi e Adenauer, per un nuovo capitolo di “Europa degli Stati” come forse l’avevano immaginata De Gaulle e la Thatcher. Tutto ciò sotto la spinta di leader del calibro di Le Pen, Orban e Salvini, del ritrovato “orgoglio nazionale” che, alzando muri e frontiere, avrebbe riportato – a dispetto delle grandi sfide globali – le scelte politiche in seno ai governi nazionali, assegnando all’Unione europea un ruolo marginale. “Quando saremo a Bruxelles e Strasburgo cambieremo i Trattati, cambieremo questa Europa…”, avvertivano i sovranisti di ogni nazionalità. Ma forse le cose sono andate diversamente…

Un vento… leggero. A un mese esatto dalle elezioni europee, un’analisi dei numeri del nuovo Parlamento Ue consegna taluni elementi di valutazione politica. Occorre naturalmente premettere che

numeri e seggi da sé non raccontano la complessità della politica europea

né gli innumerevoli partiti e partitini e liste nazionali che portano in emiciclo i loro rappresentanti, convergendo in poche “famiglie” politiche su scala Ue. Bisogna ugualmente riconoscere che il vento sovranista è spirato in queste elezioni, con esiti, però, assai più modesti di quanto si volesse far credere.

Com’era ieri… Partiamo dalla composizione dell’Europarlamento ad aprile 2019, ossia prima delle elezioni di maggio. Il gruppo dei Popolari (Ppe, con gli eletti di Forza Italia) aveva 221 seggi, i Socialisti e democratici (S&D, con gli esponenti del Partito democratico) erano 191, 67 i Liberali (Alde). Questi tre gruppi, tradizionalmente considerati quelli della “grande coalizione” europeista, contavano 479 deputati su un totale di 751, ossia il 63% dei seggi. Aggiungendo a questi i 50 Verdi, anch’essi a loro modo favorevoli all’integrazione comunitaria, si arrivava a 529 deputati, con una maggioranza europeista (pur se assai articolata e diversificata al suo interno) del 70%. Va peraltro rimarcato che la “grande coalizione” europeista nella scorsa legislatura aveva lasciato il passo, a partire dall’elezione del presidente Antonio Tajani (gennaio 2017), a una convergenza tra Ppe, Liberali e i Conservatori (Ecr, con Fratelli d’Italia), spostando un po’ più a destra l’asse della maggioranza parlamentare. Sempre ad aprile 2019 le forze euroscettiche in Assemblea (a loro volta diverse e divise, soprattutto riguardo la difesa degli interessi dei rispettivi Stati) comprendevano 70 deputati dell’Ecr, 48 del gruppo Efdd (Europa della libertà e della democrazia diretta, cui facevano capo i Cinquestelle) e 37 del gruppo Enf (Europa delle nazioni e della libertà, con i rappresentanti della Lega), per un totale di 155 deputati (21% dell’emiciclo). Completavano l’assise i 52 componenti della Sinistra unitaria (Gue, 7%) e i 15 Non iscritti.
Com’è oggi. Cosa cambia nel nuovo emiciclo? Meno di quanto si pensi, almeno a osservare i numeri complessivi. I Popolari, ridimensionati dal voto, sono scesi a 182 deputati (-39); anche i Socialisti e democratici sono calati, fermandosi a quota 153 (-38); i Liberali hanno cambiato nome per inglobare gli eletti del movimento francese che fa capo al presidente Macron, e ora si chiamano Renew Europe, con 108 deputati (+41). I Verdi, che hanno registrato successi in diversi Paesi, dalla Germania alla Francia al Regno Unito, sono saliti a 75 seggi (+25). Così ora una eventuale coalizione, o convergenza, dei quattro gruppi considerati europeisti conterebbe 518 deputati, solo – si fa per dire – 11 in meno della passata legislatura, rappresentando il 69% dell’emiciclo.

E tra le fila degli eurodubbiosi e dei sovranisti cosa è cambiato?

Va evidenziato il successo del gruppo Enf (soprattutto con l’avanzata della Lega), ora trasformatosi in Identità e democrazia (Id), che è passato a 73 seggi (+36); Ecr è calato a 62 (-8); Efdd è sceso a 43 (-5 seggi). Volendo sommare queste tre forze del “cambiamento sovranista” – che oggi raccolgono in totale 23 deputati in più – si raggiunge la cifra di 178 deputati, ovvero il 24% dell’emiciclo. Alla Gue rimane un pacchetto di 41 deputati (5%), Non Iscritti e “Altri” sono al momento 14 (alcuni deputati devono ancora collocarsi in un gruppo politico e possono farlo fino alla plenaria del 2-4 luglio).

Paese per Paese. Un rapido conteggio mostra che, rispetto al passato emiciclo, si è verificato lo spostamento da un gruppo all’altro di 102 deputati, ripartiti in parti più o meno eguali tra favorevoli e contrari a una maggiore integrazione Ue, e dunque una sostanziale conferma degli equilibri politici della scorsa legislatura. Tutto ciò se si considerano i dati europei e la nuova composizione dell’Europarlamento: dev’essere invece riconosciuto che all’interno dei Paesi membri si sono registrati significativi spostamenti di voti, in alcuni casi verso l’euroscetticismo (Italia, Ungheria, Regno Unito), bilanciati da altri risultati che confermano il fronte europeista (Germania e Spagna in primis), e altri ancora che riflettono casi nazionali da leggere in tutta la loro complessità (per fare qualche nome: Francia, Polonia, Slovacchia, Romania, Portogallo, Svezia…).

Legislatura poco monotona. In questi giorni nelle sedi Ue si sta giocando la partita delle euronomine: il Parlamento sceglierà il suo presidente la prossima settimana a Strasburgo, mentre i capi di Stato e di governo si ritroveranno domenica 30 giugno a Bruxelles per scandagliare i possibili presidenti di Commissione (che deve comunque ottenere il placet del Parlamento), Consiglio, Bce e Alto rappresentante.

I giochi sono tutti aperti e si può immaginare che ci vorrà tempo per mettere a posto ogni tassello.

All’interno dell’Eurocamera si tratterà invece di verificare se le forze europeiste vorranno convergere in una sorta di “patto di legislatura”, definendo non solo i nomi ma anche, e soprattutto, un programma di medio termine per riformare l’Ue, o se invece alla prova dei fatti il fronte pro-Ue si scioglierà coi caldi estivi. Dal canto loro le diverse famiglie euroscettiche avranno una missione comune: intralciare ogni ulteriore forma di integrazione e rallentare il passo delle riforme e delle decisioni che pure – secondo i Trattati – spettano all’Ue. Non si può nemmeno escludere, nel corso della legislatura, la formazione di maggioranze variabili, a secondo dei temi all’ordine del giorno. Per una legislatura 2019-2024 – questo è certo – tutt’altro che monotona.

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