Bihac e Velika Kladusa: la “rotta balcanica” si ferma qui

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Iva Mihailova

La situazione dei migranti sulla “rotta balcanica” continua ad essere complicata: migliaia di persone, provenienti dal vicino oriente, dall’Asia e persino dall’Africa, sono bloccate in Bosnia-Erzegovina in attesa di proseguire il loro viaggio verso l’Europa interna, e vivono in condizioni disastrose. L’ultima tappa prima dell’Ue è proprio la Bosnia-Erzegovina, un Paese che fa molta fatica a gestire l’aumentato flusso di rifugiati. Il punto della situazione con i rappresentanti della Caritas, Daniele Bombardi e mons. Miljenko Anicic.

Obiettivo: passare il confine. “Una cosa è certa, i migranti sono molti di più dell’anno scorso, si parla di circa 100 arrivi al giorno, mentre i rifugiati in tutta la Bosnia-Erzegovina vengono stimati tra 8-10mila persone”: inizia così il racconto al Sir di Daniele Bombardi, coordinatore della Caritas italiana nei Balcani. Fare delle stime è molto complicato perché il sistema di registrazione funziona a singhiozzo. “Comunque rispetto al 2018 gli arrivi sono duplicati. Si entra dalla Serbia e dal Montenegro e la gran parte di queste persone, adulti e ragazzi, dopo decine di tentativi riesce a entrare in Croazia per proseguire verso la meta desiderata: i Paesi dell’Europa occidentale”.“Sono afghani, pakistani, iraniani, iracheni, ma ci sono anche diversi centroafricani dopo il blocco delle navi nel Mediterraneo”,racconta Bombardi. Mentre le zone a rischio prima erano concentrate nella regione al confine croato, Bihac e Velika Kladusa, ora sotto pressione è anche la città di Tuzla, tappa intermedia nel viaggio verso il confine o verso Sarajevo.

Centri sovraffollati e servizi carenti. Ci sono diversi centri di accoglienza in tutta la Bosnia-Erzegovina e cinque solo nella zona di Bihac, ma tutti sovraffollati e i servizi sono carenti. “La notizia più recente è che il campo Bira, uno dei più grandi con duemila persone, sarà spostato fuori città, a Vucjak, più vicino al confine con la Croazia”, annuncia mons. Miljenko Anicic, direttore della Caritas Banja Luka, impegnata in prima linea per tendere una mano ai profughi. “Negli ultimi giorni – continua – le autorità hanno iniziato a spostare la gente, ma nel nuovo posto per ora non esiste nessun tipo di infrastruttura”.

Governo in difficoltà. Un anno e mezzo dopo l’inizio degli arrivi di massa in Bosnia-Erzegovina le autorità fanno ancora fatica a gestire le ondate migratorie. “Manca un ente che si occupi interamente dei migranti – spiega Bombardi –; ora i centri di accoglienza sono gestiti dall’Iom (Organizzazione internazionale per le migrazioni) insieme all’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), ma loro non possono fare niente senza la collaborazione delle autorità cantonali”. Anche mons. Anicic ammette che“dentro i centri c’è tanta tensione tra gli stessi migranti a causa delle scarse condizioni di vita e questo trascende in risse e in ostilità da parte della popolazione locale”.Un caso concreto è stato l’incendio accidentale nel centro Miral di Velika Kladusas accaduto all’inizio di giugno, “causato da una stufa dimenticata, con conseguenza di 30 persone ustionate e un intero piano bruciato”. “Si tratta di persone che hanno un passato traumatico, con un lungo viaggio alle spalle e che trovano grandi difficoltà in questa ultima tappa”, spiega il coordinatore della Caritas italiana. A suo avviso, “le pessime condizioni generano tensioni non solo per i migranti ma anche per la gente locale e incidenti simili all’incendio si ripeteranno”.

Caritas in prima linea. In questa situazione complicata uno dei protagonisti dall’inizio è la Caritas locale. “La Caritas è incaricata dalla Conferenza episcopale della Bosnia-Erzegovina per gestire tutte le questioni legate ai migranti”, afferma Daniele Bombardi. Per ora, si offrono due tipi di servizi (nelle foto): igenico-sanitari e di socializzazione.“Nel centro Bira, a Bihac, dove le condizioni igieniche sono molto scarse, abbiamo aperto una lavanderia per vestiti, lenzuola e coperte”, anche “per diminuire il rischio di infezioni e malattie”.Il secondo progetto è un social cafè, realizzato insieme all’Ipsia (Ong legata alle Acli) dove i migranti possono trovare un punto di ristoro e di confronto con gli operatori e volontari della Caritas. “In base alle necessità distribuiamo vestiti, coperte, materiale igienico e cibo”, afferma Bombardi. Il quale chiarisce che in Bosnia-Erzegovina il problema dell’integrazione non si pone come inserimento scolastico o ricerca di lavoro perché “il 90% dei migranti è di passaggio”. Superare il confine però non è un’impresa facile: “alcuni ci provano anche 10-15 volte, lì li aspetta la polizia croata che li respinge con la forza, tornano picchiati, maltrattati, derubati”. “Gli uomini soli riescono a passare con più facilità, ma per le famiglie con bambini è davvero arduo. Nessuno però pensa di rinunciare, hanno fatto troppa strada per arrivare fin qui”. Il problema dei respingimenti violenti è stato condannato anche nei rapporti del Consiglio d’Europa e del Parlamento europeo.

“Chiudere i porti non aiuta”. Bombardi ringrazia in modo particolare la rete della Caritas e le varie conferenze episcopali dell’Europa che sostengono con decisione i progetti sul campo, anche perché la Chiesa cattolica in Bosnia-Erzegovina “ha risorse molto limitate”. Si dice fortemente convinto che il problema delle migrazioni “andrebbe gestito diversamente”, a livello globale, “perché chiudendo i mari e le rotte non si risolve niente, la gente si sposta da un’altra parte, come in Bosnia-Erzegovina, e questo rende la situazione più complicata e più pericolosa”.

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