Zamagni: “Per il Papa non basta proclamare i principi, bisogna cambiare le strutture di peccato”

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M.Michela Nicolais

“La giustizia non è la declamazione della lettera della legge, ma l’attuazione del suo spirito”. Stefano Zamagni, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, “rilegge” il vertice svoltosi in questi giorni in Vaticano, alla presenza del Papa – che ha tenuto il discorso conclusivo – e di 120 giudici provenienti dalle tre Americhe. Il risultato tangibile è stata la “Carta di Roma”, siglata all’unanimità dai partecipanti per portare a compimento un percorso avviato da Bergoglio tre anni fa. Le prossime tappe, per la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, saranno dedicate all’economia – con l’evento “The economy of Francesco”, in programma ad Assisi a marzo 2020 alla presenza del Santo Padre – e all’educazione, con un incontro in programma a maggio del prossimo anno a Roma, al quale sono convocate “tute le autorità formali e informali” impegnate sul campo, per firmare un Patto globale in questo ambito.

Il Papa, nel suo discorso, ha denunciato il divario tra “uguaglianza nominale” e “disuguaglianza sostanziale”. È questo il panorama giuridico in cui i partecipanti all’incontro si trovano oggi ad operare, a livello mondiale?
L’evento che si è concluso ieri è stato il punto di arrivo di un percorso iniziato tre anni fa, nel 2016, ed era rivolto in maniera specifica agli operatori della giustizia, cioè ai giudici e agli ufficiali giudiziari. Questo perché il Papa è convinto che

non basta declinare i principi: bisogna cambiare quelle che Giovanni Paolo II definiva “strutture di peccato”.

Una di queste è rappresentata dal sistema giuridico, quando non riesce a tradurre nelle applicazioni delle sentenze i diritti sostanziali, a differenza dei diritti formali. Per il Papa, inoltre,

non basta insistere sui diritti civili, bisogna occuparsi anche dei diritti sociali ed economici.

I diritti civili sono diritti in negativo, mentre i diritti sociali ed economici sono diritti in positivo. Per rispettare i diritti civili, infatti, la società non deve frapporre ostacoli o discriminazioni di sorta, cioè non deve impedirne l’esercizio: l’esempio classico è quello della libertà di espressione. I diritti sociali ed economici, invece, sono diritti in positivo, cioè rivolti ad assicurare l’accesso, la fruizione di quel diritto. Non è sufficiente, in altre parole, dire che ognuno ha il diritto di mangiare, se poi il potere di acquisto dei poveri è vuoto. Il diritto di mangiare, come il diritto alla salute, implica il poter accedere alle risorse necessarie per soddisfare quel bisogno: altrimenti, esercitare quel diritto diventa impossibile.

I diritti, quindi, non vanno solo declamati, ma resi fruibili, cioè vanno esercitati.

E’ questo il presupposto della “Carta di Roma”, la Dichiarazione con cui si è concluso il summit di ieri, firmata all’unanimità dai 120 giudici delle tre Americhe (del Nord, del Centro e del Sud), di cui erano rappresentati tutti i Paesi, tranne il Venezuela e Cuba.

Come risponde all’obiezione strisciante, in alcuni consessi internazionali, per cui i diritti sociali “sono vecchi”?
Se per “vecchio” si intende “antico”, può avere un fondamento. Se, invece, per “vecchio” si intende “sorpassato”, si tratta di una grave sciocchezza, da qualunque parte essa provenga.

Il Papa ha messo in guardia, tra l’altro, dal “lawfare” come rischio di svuotamento della democrazia. In che consiste, e come evitarlo?
La democrazia si regge sul “rule of law”, e non sul “rule by law”, espressioni inglesi intraducibili in italiano. Molti le confondono. Il rule “by” law consiste nell’utilizzare la legge per facilitare l’azione governativa, e dunque per i propri scopi. Il rule “of” law concepisce, invece, la legge come qualcosa al di sopra di ogni parte politica e governativa.

Una legge che scivola nel “rule by law” è destinata all’eutanasia. A meno che non si voglia dare corpo ad una dittatura, cosa che purtroppo in alcune parti del mondo è avvenuto e avviene.Nella parte finale del suo intervento, Papa Francesco cita la nozione di “popolo”, come possibile correttivo dello svuotamento delle procedure legali e democratiche. È una categoria tipicamente sudamericana, o può diventare un utile riferimento per l’attività dei giudici?
La categoria di “popolo” è sempre esistita: basti pensare a quante volte la parola “popolo” ricorre nell’Antico Testamento. È vero, però, che nell’ultimo mezzo secolo è stata strattonata per la giacca per portarla verso forme di neo o puro populismo. Ma il populismo è la degenerazione del concetto di popolo, così come il nazionalismo è la degenerazione della categoria di nazione.

Bisogna vigilare, perché dalla nazionalità non si scenda nel nazionalismo e dal popolarismo non si scada nel populismo.

In Italia, il nostro riferimento è il popolarismo di stampo sturziano, in base al quale il termine “popolo” è una categoria morale, e non sociologica o populistica. Il populismo è una degenerazione per cui si ritiene che il popolo contiene la verità, ma non è in grado di partorirla, e dunque c’è bisogno di una sorta di “levatrice” che è il leader carismatico. Il popolarismo, nella visione di Sturzo, afferma invece che il potere risiede nel popolo, ma in una forma che non va a intaccare i principi fondamentali della convivenza.

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