In famiglia, affrontare il combattimento con il Maligno è più facile se lo si fa uniti

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Giovanni M. Capetta

Il Papa dedica il quinto ed ultimo capitolo della Gaudete et Exsultate al combattimento spirituale, alla vigilanza e al discernimento. Chi di noi può dirsi estraneo al combattimento alla fine della sua giornata? Ma qui il Papa intende il combattimento permanente che è la vita cristiana per resistere alle tentazioni del diavolo e continuare ad annunciare il Vangelo. Non è solo un combattimento contro la mentalità del mondo che ci rende mediocri, nemmeno solo una lotta contro le nostre fragilità, è anche un confronto costante contro il diavolo, il principe del male. Il Papa è molto risoluto nello sfatare la mal riposta convinzione che quello del Maligno sia solo un mito.

“Non ammetteremo l’esistenza del diavolo se ci ostiniamo a guardare la vita solo con criteri empirici e senza una prospettiva soprannaturale” (GE 160). Il Maligno è un essere personale che ci tormenta ed infatti è da lui che Gesù ci ha insegnato a chiedere ogni giorno la liberazione. “Non pensiamo dunque che sia un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea. Tale inganno ci porta ad abbassare la guardia” (GE 161) Ho presente la resistenza che talvolta si fa ad identificare il diavolo in questo modo e come di conseguenza non se ne parli ai bambini in termini personali per paura di spaventarli. Si tratta probabilmente di una tattica sbagliata, mentre forse sarebbe più efficace lasciare che la loro fantasia personifichi il male quasi come avviene nelle favole e nei racconti. Gli strumenti per affrontare il diavolo sono quelli dati dalle virtù della fede, della speranza e della carità: sono la preghiera, la meditazione della Parola di Dio, la Messa, l’adorazione eucaristica, la Riconciliazione sacramentale, le opere di carità, la vita comunitaria, l’impegno missionario. Sono come i passi di un percorso di allenamento che non deve mai venir meno per resistere alle tentazioni che ci raggiungono come frecce. Si tratta di tenere corpo e spirito costantemente desti e pronti, con il convincimento di voler andare sempre oltre per non rischiare di indugiare in un punto morto. La mancanza di fiducia in questo cammino può rischiare di far perdere in anticipo la battaglia. L’invito evangelico a stare svegli e non addormentarsi è da fare nostro in tutta la vita spirituale. Addormentarsi, infatti, significa non avere più la prontezza di riconoscere i propri errori. “Coloro che non si accorgono di commettere gravi mancanze contro la legge di Dio possono lasciarsi andare ad una specie di stordimento o torpore” (GE 164). La corruzione spirituale di cui parla il Papa inizia così e può essere più pericolosa della caduta eclatante di un peccatore, perché comporta un lento scivolare nella “cecità comoda ed autosufficiente dove alla fine tutto sembra lecito”. Anche in famiglia può capitare di perdere la vigilanza e lasciare che il bene ceda il posto al grigiore dell’indifferenza. Anche in famiglia si può peccare di omissioni collettive e spesso questo è collegato ad una chiusura in cui non ci si confronta più con le altre famiglie della comunità ma si decide che si è gli unici giudici del proprio operato. Una famiglia che chiude le porte della propria casa corre il rischio di un’autoreferenzialità pericolosa. Gli stessi genitori è bene che si confrontino con altri genitori nel loro percorso educativo e anche se questo può prestare il fianco ai tentativi dei figli di mettere in discussione l’autorevolezza paterna e materna (“il papà di tizio non dice o non fa come te”), meglio questo che l’ergersi ad arbitri assoluti del bene e del male. Insieme la vigilanza è più facile, le famiglie si sostengono a vicenda, illuminano le zone buie ciascuna con le sue lanterne e si oppongono al Maligno con il coraggio di un popolo in cammino.

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