Suore Clarisse: “Noi apparteniamo a Dio”

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«Noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo»: ci parla di una appartenenza la liturgia di questa domenica, ci parla di un legame, di una relazione, di una intimità tra Dio e il suo popolo, tra Dio e l’uomo.

E questo popolo, scrive Giovanni nel libro dell’Apocalisse, «è una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua». Non una ristretta cerchia, non una élite, ma una comunità di genti che arriva «sino all’estremità della terra».

Per queste genti, dice il Signore, «io do […] la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano». Non si tratta di un dovere, di un servizio, né tantomeno di un lavoro, ma di un amore che è per sempre, di una fedeltà che è di generazione in generazione, di una vita, quella di Dio, spesa, donata, offerta per coloro che ama, per coloro che si pongono in ascolto della sua Parola.

È in virtù di questa esperienza donata e gratuita di salvezza che tutti coloro che appartengono a Dio «non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna perché l’Agnello […] sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».

«Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono»: nessun rischio di essere una massa anonima, membri impersonali di un gregge di pecore ammassate, senza volto, tutte uguali.

«Io le conosco», dice il Signore, mistero di un amore che non può essere mai impersonale, ma sempre e solo unico. Mistero di un Dio che non tiene, non trattiene, ma continuamente la sua mano è aperta per dare, per consegnare. «Io do loro la vita», li guiderò «alle fonti delle acque della vita».

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