Sri Lanka: chiese e scuole ancora chiuse

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Patrizia Caiffa

Le chiese e le scuole cattoliche sono ancora chiuse in Sri Lanka, dopo gli attentati di Pasqua, rivendicati dall’Isis ma attribuiti a gruppi estremisti interni al Paese, che hanno fatto 257 vittime e centinaia di feriti tra Colombo, Negombo e Batticaloa. E’ probabile che la settimana prossima si potranno di nuovo celebrare messe , ma è ancora alta l’allerta da parte dell’intelligence, informata su possibili attacchi ai ponti all’ingresso di Colombo. La comunità cattolica sta cominciando a curare le ferite ma serpeggia ancora la paura, tanto che gli stessi insegnanti si rifiutano di entrare nelle scuole. Nell’arcidiocesi di Colombo è stato istituito un servizio che seguirà personalmente le famiglie delle vittime e delle persone ferite, con centinaia di sacerdoti, suore e volontari coinvolti. Mentre nelle diocesi di Colombo, Batticaloa, Kurunegala, Kandy, Mannar e Jaffna sono stati convocati con urgenza meeting interreligiosi, che già si svolgevano da anni,  per cercare di mantenere la pace e l’armonia tra persone di diverse fedi. A Negombo, infatti, domenica scorsa una lite per motivi banali tra un cattolico e un musulmano ha rischiato di degenerare in scontri violenti tra le due fazioni. Sono intervenute le forze dell’ordine e il governo ha stabilito il coprifuoco notturno. Il cardinale Malcolm Ranjit, arcivescovo di Colombo, si è subito recato sul posto per calmare gli animi. Ha anche chiesto di chiudere i negozi di liquori, forse l’episodio era dovuto ad ubriachezza molesta. Con i suoi interventi sui media nazionali e internazionali l’arcivescovo di Colombo è diventato un po’ la spina nel fianco del governo, che non si stanca di denunciare e richiamare i politici alle loro responsabilità. “Camminiamo con i piedi nella benzina, basta una scintilla e salta tutto perché la situazione è delicata”, racconta al Sir Beppe Pedron, referente di Caritas italiana per l’Asia meridionale. L’effetto prodotto dagli attentati è che “la comunità cattolica è impaurita e crede a qualsiasi falso allarme o fake news che circola sui social”. Qualcosa di positivo però c’è. Pedron vive da 13 anni a Negombo con la moglie e i due figli, che studiano nelle scuole locali e sono completamente integrati nella società srilankese: “Siccome le scuole sono chiuse abbiamo sempre in casa i loro amici, spesso pranzano con noi. E’ bello ritrovare la gioia di fare comunità e sostenersi reciprocamente”.

Messe vietate e scuole chiuse a Colombo e dintorni. “Domenica scorsa il cardinale ha vietato di celebrare le messe a Colombo e dintorni ma in alcuni villaggi si sono svolte – dice -. Probabilmente la settimana prossima potrebbero riprendere ma non è certo. Perché le scuole cattoliche sono chiuse e

c’è stata una affluenza bassissima di studenti e docenti anche nelle scuole pubbliche”.

Durante un incontro organizzato dalla diocesi di Colombo al quale hanno partecipato rappresentanti dell’università, responsabili delle congregazioni religiose che si occupano di supporto psicologico e psichiatri governativi, si è deciso di aprire un programma di supporto socio-psico-pastorale, con un approccio integrato ai bisogni delle persone coinvolte negli attentati.

“Centinaia di sacerdoti o suore vanno con i volontari ad incontrare le famiglie per fare l’anamnesi dei bisogni

spiega Pedron -. Chi non chiede direttamente aiuto può decidere liberamente se usufruire di questo accompagnamento e supporto offerto. Ogni settimana o ogni 15 giorni le incontrano e cercano di capire di cosa hanno bisogno: sostegno spirituale, psicologico o materiale, sedie a rotelle, protesi artificiali o supporto economico”.

Alcune storie drammatiche. La diocesi di Colombo ha istituito un ufficio di coordinamento per questa emergenza con due responsabili che coordinano i vari attori. Vengono seguiti anche i familiari di alcune persone di altre diocesi – a Jaffna o Kandy – che per puro caso si trovavano a Colombo o Negombo. Un ragazzo di Jaffna, ad esempio, aveva appena avuto il visto per emigrare in Canada. Siccome aveva fatto un voto a Sant’Antonio, era andato nella chiesa di Colombo per sciogliere il voto e doveva partire la sera stessa per il Canada. Invece è morto nell’attentato. Una famiglia molto benestante di Colombo, invece, ha perso entrambi i genitori, lasciando orfani i due figli, un bambino e un adolescente, che ora si trovano ora soli e senza risorse, con bisogno di supporto sociale e psicologico. Per questa azione Caritas Sri Lanka ha perfino ricevuto il plauso delle agenzie delle Nazioni Unite, che si sono rese disponibili a supportare l’intervento Caritas in caso di necessità, offrendo anche specialisti in psicologia dell’emergenza. “Al momento non c’è bisogno né di sostegno economico né di altro tipo”, commenta Pedron, precisando che, se necessario, saranno seguite anche le persone che hanno assistito agli attentati, che potrebbero soffrire di disturbi da stress post traumatico.

Un servizio aperto a tutti, anche a persone di altre religioni. All’indomani degli attentati sono stati infatti organizzati incontri di dialogo interreligioso a Colombo, Batticaloa, Kurunegala, Kandy, Mannar e Jaffna per prevenire la possibilità di violenze tra appartenenti a diverse religioni. “La settimana scorsa – racconta l’operatore Caritas – un leader musulmano si è dissociato dai terroristi ed ha ringraziato pubblicamente il cardinale Ranjith per essere riuscito a mantenere l’armonia ed evitare che i cattolici si ribellassero in maniera indiscriminata contro i musulmani. Hanno anche fatto una raccolta fondi per portarla ai cattolici colpiti dagli attentati. Ma non sappiamo se sia andata in porto”.

 “Siamo ancora nella fase dell’emergenza, cerchiamo di mantenere la calma all’interno della comunità”,

conclude Pedron. “Essendo un fenomeno che nasce da fuori rischia di non interrogare le comunità stesse. In realtà è una questione sociale da affrontare nel lungo periodo”. Per questo il 9 maggio Caritas Sri Lanka ha organizzato una conferenza con i rappresentanti delle principali religioni e alcuni docenti universitari, “per cercare di dare una lettura socio-politica e religiosa all’attacco e far nascere piste di lavoro”.

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