Vescovo Bresciani: “Nella Passione Gesù ci insegna come vivere e come morire”

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Nel pomeriggio di venerdì 19 aprile è stata celebrata nella Basilica Cattedrale della Madonna della Marina la celebrazione In Passione Domini, guidata dal Vescovo Carlo Bresciani insieme ai sacerdoti della cattedrale don Romualdo Scarponi, don Giuseppe Giudici e don Luciano Paci. Hanno assistito al sacro rito i diaconi permanenti Walter Gandolfi, Emanuele Imbrescia e Pietro Mazzocchi e il diacono transeunte Silvio Giampieri.

Essendo la liturgia del Venerdì Santo un tutt’uno con la Messa in Coena Domini, il clero è entrato in chiesa in silenzio e con i paramenti i colore rosso, che ricorda il sangue sparso da Cristo col sacrificio della Croce. Una volta prostratisi, il Vescovo e gli altri sacerdoti hanno occupato i rispettivi posti ed è così iniziata la Liturgia della Parola, tutta incentrata su Gesù, Servo Sofferente.

Pubblichiamo integralmente le parole dell’omelia: “Siamo ai piedi della croce: abbiamo appena riascoltato la lettura della passione di nostro Signore Gesù Cristo e tra poco esporremo la croce alla nostra adorazione. Di fronte alla morte di solito cade il silenzio ed è comprensibile. Non sono molte le parole significative che si possono dire davanti alla morte. Il chiacchiericcio dà fastidio, soprattutto a chi è nel dolore, le parole inutili ancora di più. Per la nostra comprensione umana in questo evento della vita c’è una impenetrabilità tale che non ci permette di dire parole se non di stupore e smarrimento.
​Anche di fronte alla morte di Gesù si fa buio e silenzio in tutto il creato, dice la Scrittura: è silenzio e buio non solo perché si è di fronte alla morte, si tratta del silenzio e del buio di un mondo senza Dio. Senza Dio non ci sono più parole che abbiano un qualche significato e che si possano dire. È il buio della cosiddetta ragione scientifica chiusa su se stessa; è il buio di un mondo che si pensa onnipotente, ma che di fronte alla morte non ha parole, si deve arrendere coprendo la sua resa con tante chiacchiere e promesse di fatto inutili.

​La morte è il caso serio della vita, proprio perché fa parte della nostra vita. Questo ci è stato ricordato il mercoledì delle ceneri, iniziando la Quaresima: “Ricordati, o uomo, che sei polvere e in polvere ritornerai”. Ricordandoci questa verità, mettendoci davanti la croce su cui è appeso Gesù morto, e facendocela adorare, la Chiesa non vuole indurre nessuno in depressione, meno che meno incutere terrore che paralizzi la vita.

​Tutto l’opposto. Vuole portarci al centro del mistero della nostra vita e aiutarci a scoprire che c’è una luce che illumina questo buio: la luce della Pasqua che oggi, venerdì santo non vediamo, ma che nondimeno c’è, è vera, basta saperla attendere.
​La morte è di tutti, il modo di morire non è lo stesso per tutti. La morte è di tutti, la vita che precede la morte non è la stessa per tutti: sono queste diversità che aprono alla luce che sta dopo la morte. C’è qui la diversità di Gesù: come lui ha vissuto e come lui è morto ed è attraverso questo che si è aperta la strada per la sua resurrezione. Oggi non mettiamo davanti alla nostra adorazione un uomo morto qualsiasi, non solo perché egli è Figlio di Dio, e Dio lui stesso nell’unità della SS. Trinità, ma perché la vita di quest’uomo (Gesù era veramente uomo in tutto uguale a noi e mai, come sulla croce, è nascosta la sua divinità) ci ha insegnato come vivere e come morire, perché la nostra vita non sia una vita sprecata, ma fonte di vita per noi stessi e per gli altri.

​Oggi, meditando la sua passione e morte, siamo stupiti e ammutoliti di fronte a tanta sofferenza e a tanta malvagità umana (l’essere umano purtroppo è capace di atrocità terribili), ma ancor di più siamo stupiti dal modo in cui lui -Gesù – ha affrontato tutto questo, uno stupore tale che perfino il centurione che l’ha crocifisso è costretto ad esclamare “davvero quest’uomo era Figlio di Dio”. È l’unica parola umana davvero sensata che poteva essere detta sotto la croce senza suonare totalmente stonata di fronte a quella morte. Non a caso è l’unica parola che il Vangelo riporta come detta dai presenti ai piedi della croce. Morte tremenda quella di Gesù, ma, anche per le parole di perdono pronunciate dall’alto della croce prima di morire, di una dignità umana tale da far pensare alla presenza di una grandezza divina. Gesù muore pregando e perdonando. In questo modo ci trasmette il segreto di una vita pienamente riuscita: egli muore libero dal rancore, dal rammarico e dal veleno dell’amarezza. Col perdono sana ‘i conti in sospeso’ con chi l’ha condannato.

​Vorrei fermarmi a contemplare l’uomo Gesù, sfinito dal dolore, innocente e condannato a morte per inconsistenti e menzognere ragioni politico-religiose, abbandonato praticamente da tutti e circondato da soldati che si giocano perfino la sua veste: quest’uomo muore perdonando chi l’ha fatto condannare e chi l’ha ucciso. Perdonando di fatto accetta la morte, ma non si lascia vincere da essa. Non si può non riconoscere una meravigliosa superiorità umana, infinitamente superiore a tutti coloro che lo circondano, fino a poter cogliere in quell’uomo crocifisso una bellezza spirituale che si innalza altissima sopra il dilagare dell’atrocità e sopra il suo corpo sfigurato.

Hanno distrutto il suo corpo, ma non il suo spirito che resta immacolato, libero di continuare ad amare.
​Nel silenzio generale che la morte impone, questa bellezza spirituale è una luce di speranza su tutta l’umanità; è già, in certo qual modo, la vittoria sulla morte, il non essersi lasciato vincere da essa. Hanno potuto uccidere il suo corpo, ma non il suo spirito che rimane veramente libero: è in questa libertà che si nasconde il seme della vita che sconfigge la morte e che fiorirà sorprendentemente il mattino di Pasqua con la resurrezione.

​Per quanto l’affermazione del centurione abbia in sé qualcosa di vero, perché Gesù è veramente il Figlio di Dio, la sua è un’affermazione che non riesce ad andare oltre la morte. Egli parla al passato: “quest’uomo era…”. Il verbo “era” è al passato: Gesù non era Figlio di Dio, continua ad essere Figlio di Dio. Se ci fermiamo all’ “era” con la sua morte, per quanto vissuta in modo assolutamente eccezionale, si chiude tutto, resta ancora una volta solo il silenzio e il vuoto.

​Dio ha però un’altra parola da dire. La dirà tre giorni dopo, il mattino di Pasqua, e sarà una parola di vita che squarcia con luce abbagliante il velo del dopo la morte. Se noi davanti alla morte non abbiamo più parole, Dio ha un’ultima parola ed è parola di vita. ​La morte è il caso serio della nostra vita, della vita di tutti noi: non possiamo evitarla, ma: “Se moriamo con lui [e come lui], con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo” (2Tim 2, 11-12). Questo è il senso del nostro metterci in adorazione davanti alla croce di Gesù questo pomeriggio del venerdì santo: imparare da lui come vivere e come morire bene, per giungere, perseverando nella sua imitazione, alla pienezza di vita dei risorti”.

Terminata l’omelia, è stata elevata a Dio la preghiera universale in favore di tutti gli uomini. Per tre volte la Croce è stata elevata e, infine, è stata adorata da tutti i presenti che si sono avvicinati per darle un bacio. Dopo l’adorazione della Croce e la distribuzione dei presantificati, cioè le ostie consacrate durante la Messa In Coena Domini, il Vescovo e tutto il clero sono usciti, così come sono entrati, in assoluto silenzio.

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