FOTO Vescovo Carlo Bresciani: “Il rito va rispettato nei suoi tempi fatti di ascolto e risposta, nei suoi spazi, senza arbitrarietà o scialberie che ne oscurino la realtà che deve manifestare”

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DIOCESI – Con la Messa crismale, ieri mattina, Giovedì Santo, ha avuto inizio il triduo pasquale. Quella crismale è una liturgia ricca di significati, a partire dal fatto che vede tutto il clero riunito attorno al vescovo, insieme ai religiosi e le religiose e ai fedeli laici, manifestando così la Chiesa nella sua multiforme varietà di carismi e vocazioni. Ieri mattina ha concelebrato, anche, S.E. mons. Gervasio Gestori, vescovo emerito.

Essa è significativa anche perché il vescovo benedice e consacra gli olii santi: il crisma, l’olio dei catecumeni e l’olio degli infermi che al termine della Messa ciascun parroco ritirerà in appositi vasetti e che verranno utilizzati durante l’anno liturgico per i battesimi, le cresime, l’unzione dei malati. Altro tratto distintivo della celebrazione il rinnovo, da parte del presbiteri, delle promesse sacerdotali come segno di unità con il vescovo e di fedeltà verso l’unzione ricevuta.

Durante l’omelia il Vescovo della diocesi di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto, Mons. Carlo Bresciani, ha affermato: “Entriamo con questa celebrazione nel solenne triduo liturgico che ci fa fare memoria del mistero pasquale, centro della liturgia cristiana e della nostra fede. Lo facciamo riuniti insieme come presbiterio a riconoscere che da qui scaturisce anche il ministero che siamo chiamati ad esercitare in nome di Gesù.
È tradizione in questa liturgia consacrare gli olii santi che serviranno per l’amministrazione dei sacramenti attraverso cui è generata la comunità cristiana. Lo faremo anche noi tra poco, e siamo grati ai genitori, ai ragazzi e ai catecumeni che offrono l’olio d’olivo come materia che servirà per il Battessimo dei catecumeni, la Confermazione, l’Ordine sacro e per l’Unzione degli infermi.
Tutto ciò ci porta a riflettere sulla dimensione liturgico-sacramentale del nostro essere Chiesa: la Chiesa è generata dal sacramento ed essa stessa è sacramento di salvezza; siamo Chiesa che celebra nella sacra liturgia il mistero della sua stessa esistenza, celebra l’azione di Cristo nella sua azione di Chiesa.
La liturgia è l’azione per eccellenza che la Chiesa è chiamata ad operare nel mondo. Celebrandola essa riconosce che tutto viene da Dio, riconosce la gratuità del dono di cui vive: per questo gli dedica tempo che agli occhi umani può sembrare improduttivo, ma fa ciò perché Egli è colui che è presente ed opera la salvezza. Afferma la Sacrosanctum Concilium:
«La liturgia infatti, mediante la quale, specialmente nel divino sacrificio dell’eucaristia, «si attua l’opera della nostra redenzione», contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa […]. In tal modo la liturgia, mentre ogni giorno edifica quelli che sono nella Chiesa per farne un tempio santo nel Signore, un’abitazione di Dio nello Spirito, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo, nello stesso tempo e in modo mirabile fortifica le loro energie perché possano predicare il Cristo. Così a coloro che sono fuori essa mostra la Chiesa, come vessillo innalzato di fronte alle nazioni, sotto il quale i figli di Dio dispersi possano raccogliersi, finché ci sia un solo ovile e un solo pastore» (n. 2)
La riforma liturgica operata dal Vaticano II ha riportato al centro non tanto il rito, ma il mistero che nel rito si celebra. Ciò significa che il rito è degnamente celebrato quando rimanda al mistero, affinché lo si possa vivere presente ed operante nella vita del cristiano. La caratteristica essenziale del rito cristiano, rispetto ad altre molteplici forme di ritualità che sono presenti nella società civile, sta nel fatto che essa trae il suo significato ultimo non dalle nostre intenzioni o dalle nostre azioni (o da quelle dei fedeli), ma dall’intenzione e dalla operante presenza pasquale del Signore Gesù.
Ci chiediamo perché e come la Pasqua di Gesù si renda presente nella azione liturgico-sacramentale (soprattutto eucaristica, ma non solo), e quale sia il suo rapporto con l’esistenza cristiana. Ciò perché le nostre liturgie diventino sempre più quello che dovrebbero essere e si affranchino dal rischio di una stanca ripetitività o di una semplice loro moltiplicazione per richieste dei fedeli (on demand si direbbe oggi) non sempre opportune e fondate.
Nella liturgia cristiana si esprime la volontà della Chiesa di lasciarsi incorporare dal suo Signore, vale a dire di accogliere liberamente il suo dono d’amore, la volontà di rispondere con prontezza di fede al suo ‘vieni e seguimi’ e la volontà di vivere uniti a lui la nostra donazione alla volontà del Padre, di ripetere con lui ‘non la mia, ma la tua volontà sia fatta’, poiché questa è la strada verso la vita dei risorti con lui.
Nel rito noi accogliamo l’azione di Gesù: il rito è, quindi, necessario; ma va celebrato con la dignità che gli è propria e con il rispetto della sua sacralità, proprio perché non è opera nostra: va rispettato nella sua forma, nei suoi tempi fatti di ascolto e risposta, nei suoi spazi, senza arbitrarietà o scialberie che ne oscurino la realtà che deve manifestare. Non è questione di estetismo della liturgia – né estetismo un po’ retrò, né da avanguardia -, ma di consapevolezza che nella sacra liturgia si attua il mistero della nostra salvezza: con essa e in essa siamo immersi nella morte di Cristo per risorgere con lui a vita nuova (cfr. Rom 6, 3).
La celebrazione (e la sua forma rituale) deve essere, quindi, coerente con l’atto di fede ed esserne una manifestazione che lo alimenta: è la Pasqua la sorgente della vita ecclesiale. E Pasqua è mistero di morte e resurrezione. Nella fede noi accettiamo di affidare la nostra libertà offrendola insieme con Cristo al Padre.
Non è la moltiplicazione delle azioni liturgiche che in sé attua la salvezza (diventerebbe questione di mera contabilità), ma il lasciarsi inserire, attraverso il rito liturgico-sacramentale, nella vita nuova che scaturisce dalla Pasqua, così da viverla in comunione con Cristo.
Si tratta della liturgia della Chiesa, per cui la celebriamo con la Chiesa: tutti i fedeli dovrebbero esserne parte attiva nell’armonia delle diverse ministerialità e non solo spettatori. Non si assiste alla Messa o al sacramento: si celebra la messa o il sacramento e l’atto celebrativo raggiunge la sua finalità propria quando ci si lascia immergere nel mistero di Cristo, nel mistero pasquale che si attua in noi.
Abbiamo qui, carissimi presbiteri, un grande compito di formazione dei nostri fedeli. Afferma infatti la Sacrosanctum Concilium: “Essa [la liturgia] infatti è la prima e indispensabile fonte dalla quale i fedeli possono attingere il genuino spirito cristiano, e perciò i pastori d’anime in tutta la loro attività pastorale devono sforzarsi di ottenerla attraverso un’adeguata formazione. Ma […] non si può sperare di ottenere questo risultato, se gli stessi pastori d’anime non saranno impregnati, loro per primi, dello spirito e della forza della liturgia e se non ne diventeranno maestri” (SC 14).
Per questo noi presbiteri non siamo mai meri esecutori di un rito, ma celebriamo quello che viviamo e viviamo quello che celebriamo; celebriamo bene solo se viviamo in noi il mistero di morte e resurrezione che celebriamo. È il mandato che ci è stato consegnato al momento della nostra ordinazione presbiterale: “imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore”.
Con una frase ripetuta spesso “è la Chiesa che celebra l’eucaristia, ma è l’eucaristia che fa la Chiesa”: la Chiesa è tale se si lascia fare dall’eucaristia che celebra, vale a dire se vive il mistero pasquale che celebra.
Carissimi sacerdoti, a noi è affidato il mistero della liturgia per la nostra santificazione e per quella del popolo di Dio. Abbiamo nelle nostre mani un tesoro immenso e siamo grati a Dio per questo dono. Lo celebriamo adorando, consapevoli della nostra povertà e, possiamo dire senza falsa umiltà, della nostra indegnità. Riconosciamo che è puro dono quello di cui siamo fatti partecipi.
In questa celebrazione, confermiamo con la rinnovazione delle nostre promesse sacerdotali la nostra libera adesione al mandato di Gesù di celebrare la sacra liturgia per la nostra santificazione e per quella del popolo santo di Dio”.

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