Brexit, altra proroga. Ma tra i Ventisette c’è chi non si fida più di Londra

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Gianni Borsa

“Rinvio del Brexit al 31 ottobre, giorno di Halloween: premier, è ‘dolcetto o scherzetto’?”. Con un mezzo ghigno, il giornalista britannico che partecipa alla conferenza stampa di Theresa May al termine del Consiglio europeo, la mette sul ridere. Ma la premier, pur con estremo aplomb, ha poca voglia di scherzare dopo l’ennesima giornata di calvario. Ha appena ricevuto la notizia che i 27 capi di Stato e di governo Ue, riuniti in un’altra sala dell’Europa Building, hanno fissato la nuova data del recesso al 31 ottobre. May, senza scomporsi, risponde: “Avremmo potuto andarcene il 29 marzo se avessi avuto una maggioranza” alla Camera dei Comuni “per approvare l’accordo di recesso. Se riusciremo a trovare una maggioranza parlamentare, potremo ancora uscire dall’Ue entro il 22 maggio e non partecipare alle elezioni europee”.

Trattative notturne. La giornata del 10 aprile – con l’ennesimo vertice straordinario a Bruxelles dedicato al Brexit – procede convulsa. I capi di Stato e di governo arrivano alle 18 nella sede del Consiglio, ascoltano il presidente dell’Europarlamento Tajani, sentono le richieste della May, che domanda un rinvio al 30 giugno. Poi, a cena, cui la May non è presente, emergono nuove date. Sì al rinvio, qualcuno sostiene la data del 31 dicembre, altri il 31 marzo. Ma ciò implicherebbe che il Regno Unito, ormai in uscita, abbia diritto di parola sull’elezione della futura Commissione e sul bilancio pluriennale, e – si teme – la possibilità di ostacolare il cammino dell’Unione. Ha la meglio il presidente francese Macron: la data scelta – alle 2 del mattino dell’11 aprile – è il 31 ottobre, giorno in cui si insedia la nuova Commissione, senza includere un rappresentante britannico. Resta stabilito che se il parlamento di Londra dovesse approvare nelle prossime settimane l’accordo di recesso, uscirebbe subito dall’Unione. Se questo non accadrà entro il 22 maggio, il Regno Unito dovrà indire le elezioni per scegliere i suoi rappresentanti al Parlamento di Strasburgo. E se non dovesse adempiere a tale obbligo, sarebbe fuori dall’Ue il 1° giugno con un “no deal”, ovvero un Brexit senza regole.
“Abbiamo un dovere…”. Theresa May – che oggi è attesa a Westminster – nella sua conferenza stampa notturna torna a ribadire che la responsabilità di questi rinvii ricade sul parlamento britannico, dove le forze politiche non trovano un punto di convergenza. “Non faccio finta che i prossimi giorni saranno facili – aggiunge May, evidentemente provata dalle trattative – o che sia semplice superare lo stallo in parlamento, ma come politici abbiamo un dovere: trovare un modo per adempiere alla decisione democratica del referendum, portare a compimento il Brexit e andare avanti”. Tornata in patria, la attendono nuovi confronti serrati con i componenti recalcitranti del suo partito e con il leader dell’opposizione laburista Corbyn. E qualche giornale che invoca le sue dimissioni.

Dura lex, sed lex. A pochi metri di distanza, sempre nel cuore della notte brussellese, l’altra conferenza stampa, che vede protagonisti il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e quello della Commissione Jean-Claude Juncker. “Per favore, non perdete tempo”, afferma Tusk, rivolgendosi ai politici inglesi. “Questa sera il Consiglio europeo ha deciso di concedere al Regno Unito un’estensione flessibile del periodo di cui all’articolo 50 fino al 31 ottobre. Ciò significa ulteriori sei mesi per il Regno Unito. Durante questo periodo, la linea d’azione sarà interamente nelle mani del Regno Unito. Può ancora ratificare l’accordo di recesso, nel qual caso l’estensione verrà risolta. Può anche riconsiderare l’intera strategia Brexit. Ciò potrebbe portare a cambiamenti nella Dichiarazione politica”, quella che riguarda il dopo-Brexit, “ma non nell’accordo di recesso”, che i Ventisette considerano intoccabile. Fino alla fine di questo periodo, il Regno Unito, precisa, “avrà anche la possibilità di revocare l’articolo 50 e annullare del tutto il Brexit”. “Il Regno Unito continuerà la sua collaborazione come Stato membro a pieno titolo”, ovvero con tutti i suoi diritti e doveri, “e come amico e alleato fidato in futuro”. Jean-Claude Juncker dice poche parole, fra cui: “È probabile che il Regno Unito parteciperà alla elezioni europee, potrà sembrare strano ma è così. Sono le regole, dura lex, sed lex”.

Alcuni punti fermi. Nelle “Conclusioni”, documento finale e ufficiale del summit, si legge che il Consiglio europeo, ricevuta dalla May la richiesta di un rinvio del Brexit, accetta “una proroga, così da consentire la ratifica dell’accordo di recesso. Tale proroga non dovrebbe superare la durata minima necessaria e in nessun caso il 31 ottobre 2019. Se l’accordo di recesso è ratificato dalle due parti prima di tale data, il recesso avrà luogo il primo giorno del mese successivo”. Il Consiglio europeo sottolinea peraltro che “occorre evitare che la proroga comprometta il regolare funzionamento dell’Unione e delle sue istituzioni”. Ovvero nessuno vuole Londra di traverso nel cammino dell’Unione. Se entro il 22 maggio il Regno Unito “non avrà ratificato l’accordo di recesso, dovrà organizzare le elezioni del Parlamento europeo conformemente al diritto dell’Unione. In caso non ottemperi a tale obbligo, il recesso avrà luogo il 1º giugno 2019”. Il documento “ribadisce che l’accordo di recesso non può essere riaperto”: cioè prendere o lasciare. Il Consiglio europeo rileva che il Regno Unito, a norma dell’articolo 50 del Trattato Ue, “continuerà durante il periodo di proroga a essere uno Stato membro con tutti i diritti e gli obblighi che ne conseguono” e prende atto dell’impegno inglese “a comportarsi in modo costruttivo e responsabile durante tutto il periodo di proroga, come richiede il dovere di leale cooperazione”. A tal fine il Regno Unito “deve facilitare all’Unione l’adempimento dei suoi compiti e astenersi da qualsiasi misura che rischi di mettere in pericolo la realizzazione degli obiettivi dell’Unione”. Qualche leader, insomma, non si fida più dei britannici.

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