Pescatori in trappola: vita da schiavi nei mari asiatici

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Ilaria De Bonis

Nei mari asiatici, tra Cina e Thailandia, migliaia di uomini ogni anno vengono imbarcati su pescherecci lunghi al massimo trenta metri, dove rimarranno ostaggio delle aziende del pesce, senza toccare terra per molto tempo. Le condizioni di vita sono disumane: si mangia poco e non si riposa mai. Quattordici ore al giorno di lavoro ininterrotto e la paga da fame arriverà solo al momento dello sbarco. Padre Bruno Ciceri, missionario scalabriniano, direttore dell’Apostolato del Mare internazionale, si batte da anni per il riscatto dei pescatori asiatici. Sulle imbarcazioni cinesi, ci racconta padre Bruno in questa intervista, va anche peggio che su quelle thai. “Questi pescatori-schiavi – denuncia – trascorrono più di cinque, sei anni a bordo di pescherecci lunghi trenta metri, senza mai toccare terra”. Incontriamo il missionario scalabriniano durante una delle sue pause romane, prima di una missione a Taiwan, la Repubblica di Cina.  I casi di cui parla padre Bruno riguardano in effetti la cosiddetta long distance fishing industry (industria della pesca di lunga distanza).
Il volume è cresciuto, conferma pure Greenpeace in un report, fino a raggiungere una dimensione che è 10 volte quella delle Americhe.

Pesce per l’Europa, un trend in crescita. Nel 2013 il Pew Charitable Trust valutava a 4,6 milioni di tonnellate il volume del pesce pescato dalla Cina in quell’anno: tra 2012 e 2014 il numero delle imbarcazioni cinesi di lunga distanza è cresciuto da 1.830 a 2.460 unità e il trend è in continua ascesa. “Quasi mai i pescatori impiegati su queste barche di lungo raggio vedranno terra – dice il missionario – Prima di salire a bordo firmano un contratto, valido per tre anni. Ricevono 20 o 50 dollari alla partenza e gli altri 100 li vedranno solo allo scadere dei tre anni, se ci arrivano”.

Quello che succede a bordo è inimmaginabile: saranno mesi e mesi, e poi anni e anni, di isolamento,percosse, ricatti e durissimo lavoro.

Il lavoro della pesca è già di per sé molto duro, “non importa che sia in Irlanda, in Thailandia o in Cina e Corea – dice – Ma certamente le condizioni di semi-clandestinità, la totale assenza di regole e tutele, rendono la vita di questi lavoratori asiatici un inferno. Nel mondo della pesca dal punto di vista dei diritti siamo ancora fermi a 300 anni fa”.
Queste condizioni di schiavitù riguardano anche i pescherecci Tahi: Human Rights Watch in un dettagliatissimo report del 2018 dal titolo “Hidden chains (le catene nascoste), diritti violati e lavoroforzato nell’industria del pesce thai”, raccoglie la testimonianza di 248 lavoratori del mare, alcuni dei quali ancora in stato di schiavitù. Lavorano senza salario e a rischio della vita per far arrivare calamari, gamberi e tonno sulle nostre tavole. Ma spesso il pescato non è che pesce di scarto che andrà ad arricchire i mangimi per gatti e tartarughe.

Storia di Saw Win. Una delle storie raccolte da Human Riths Watch parla di Saw Win,  un uomo di 57 anni, birmano, padre di quattro figli, che emigra verso la Thailandia per cercare lavoro e sfamare la sua numerosa famiglia. Non sa che il mare diverrà la sua prigione. Dopo varie peripezie e soldi sborsati, Saw arriverà a Kantang, città portuale della provincia di Trang sulla costa sud-occidentale della Thailandia.
Qui viene rinchiuso con altre 40 persone in una stanzetta, per essere poi smistato assieme agli altri compagni di sventura. Viene venduto a dei broker che, a loro volta, lo cederanno ad un capitano di nave da pesca. Saw lavora per tre mesi su un peschereccio thai senza mai essere pagato. Tornato in porto, pensa di essere finalmente libero, e invece il suo calvario è appena iniziato.
Una nave mercantile lo traghetterà nei mari del Sud della Cina dove verrà obbligato a salire a bordo di una tonniera che pesca illegalmente sgombri in acque indonesiane e passerà un altro anno in mezzo al mare.

Lavora duro e mangia solo riso e sgombro. Dorme su una stuoia. Bastonate in testa e minacce a mano armata se non esegue gli ordini. Si salverà solo quando deciderà di scappare e di tuffarsi in acqua nei pressi delle coste della Malesia.

Padre Bruno racconta che questi pescatori-schiavi arrivano a pescare e semi-lavorare il pesce anche per 16/18 ore di seguito, ogni giorno. Spesso a bordo capitano incidenti mortali. Non è inconsueto conoscere pescatori senza un arto, o con le dite mozzate: la sicurezza sui pescherecci è praticamente inesistente.

Nessun medico a bordo. Inoltre il pesce dopo essere stato pescato va congelato. E questo richiede ulteriore sforzo: i lavoratori stanno ore ed ore con le gambe nell’acqua gelida e spesso i piedi subiscono un processo di congelamento. In quel caso le dita vanno amputate.
«Si pesca in vari modi – spiega ancora padre Bruno – ad esempio con la long line: un filo lungo anche cinque chilometri, che ha degli ami attaccati ad una certa distanza. I pescatori cominciano a tirarli su quando è il momento e questa fase delicata dura moltissimo tempo. Gli uncini sono ben affilati e basta una disattenzione per venire arpionati».
La presenza di medici a bordo praticamente non è prevista. «Inoltre – avverte padre Bruno – tutti sanno che se decidono di mollare prima del tempo, non vedranno più un solo dollaro di quanto promesso». La lontananza dai controlli e la necessità di capitalizzare e sfruttare al massimo la manodopera, rendono questo settore uno dei più difficili da penetrare. Le Nazioni Unite ci provano da oltre 10 anni.

Il profitto, l’unico criterio. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) stila report e impone sanzioni ai governi che non le rispettano. Ma l’economia deve andare avanti. Costi quel che costi. Un report recente del The Maritime Executive spiega che il giro d’affari è piuttosto consistente e che il ricavato dall’export nel settore della pesca per la Thailandia è stato di 5,5 miliardi di dollari nel 2017.

“A dettare la linea, sia nel mondo della pesca che in quello commerciale, sono produzione e profitto – spiega ancora lo scalabriniano –. Ci sarà pure quell’armatore che ha una sensibilità maggiore, ma dietro ci sono delle società, non delle persone. L’armatore può avere ancora un cuore, ma una società è invece anonima e questo influisce sulle relazioni umane”.

Il Thai Union Group, che ha sede a Samut Sakhun ed è il più grande esportatore al mondo di tonno in scatola, nel tentativo di affermare la propria leadership in questo campo, ha emanato un codice di condotta per le navi che però trova difficile applicazione, poiché sia i controlli che le verifiche a bordo sono estremamente lacunosi. Si tratta, dice il Maritime Executive, di “una zona grigia”. E non solo in Asia.
“Il mese scorso a Durban, in Sudafrica, un peschereccio che batteva bandiera mozambicana ha preso fuoco e sei persone sono morte a bordo – racconta padre Bruno –. A largo delle Isole Folkland è successa una cosa analoga”, ma le notizie non arrivano e seppure circolassero, la reazione dell’Europa sarebbe pressoché silente.

Diritti violati, pesca nella bolla. E’ chiaro che nonostante i regolamenti emanati, l’esistenza di un Diritto del mare e una serie di garanzie sulla carta, il fatto stesso che si tratti di navi lasciate per un tempo infinito a largo (attraccano per pochissime ore), le rende immuni e sospese in una sorta di bolla. Nella bolla però ci rimangono incastrate dentro persone in carne ed ossa. Come cercare di liberarle?
La questione è ben presente ai tavoli delle Agenzie Onu e se ne discute ai vertici internazionali. Ma cambiare la prassi è un’impresa ben più complessa.
“Con i nostri centri Stella Maris cerchiamo di offrire un posto di ascolto e aggregazione – dice padre Bruno, il quale comunque è impegnato anche sul piano internazionale e partecipa ai vertici di Onu, ong e Chiese – Ma il punto è che i pescatori non scendono quasi più dalle navi: siamo noi che li raggiungiamo a bordo, quando è possibile. Adesso offriamo il wi-fi gratis e spesso su molte navi si va e si porta loro qualcosa. Ma poi ci interroghiamo: è positivo questo per loro?”. A dover essere intensificati sono i controlli e di certo le sanzioni.
“Noi abbiamo i nostri centri che servono le navi commerciali, le navi container nei porti, e anche in giro per l’Italia ci sono una trentina di Stella Maris. Ma se una nave container può entrare la mattina alle otto e andarsene la sera, non c’è tempo neanche per rifocillarsi e i pescatori non li vediamo che di sfuggita”. E allora la linea da seguire è quella legale transnazionale e sicuramente quella del rispetto delle convezioni internazionali e delle convenzioni internazionali.
C’è anche un modo molto efficace che aiuta a far emergere i casi e sensibilizza noi consumatori: leggere, informarsi, sapere da dove arriva il pesce che mangiamo, divulgare le notizie. Denunciare i casi di violazione anche attraverso la divulgazione dei report di Human Rights Watch e Greenpeace che in questi anni si sono impegnate moltissimo. Sapere è vedere: un modo per non lasciare che questo mondo sommerso si auto-alimenti. Un magnifico lavoro di reportage pubblicato dall’Associated Press nel 2016 ad esempio, https://www.ap.org/explore/seafood-from-slaves/, ha contribuito a far emergere dei casi ed avviare una inchiesta.

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