Il ruolo della famiglia per assicurare la tenuta sociale del Paese

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Francesco Bonini

È un percorso in salita, in salita erta, quello che propone il cardinale Bassetti alla Cei e di fatto ai cattolici ma anche alla società italiana. Un percorso controcorrente, intorno ad una parola difficile.
Nella sua introduzione al Consiglio episcopale permanente c’è l’eco di un giro d’Italia di due anni, ad incontrare persone, gruppi, istituzioni, comunità. Ma d’altro canto come accettare la deriva di una società “slabbrata”, la realtà di una serie di solitudini, di uno sfilacciamento litigioso?
Rischia, il presidente della Cei, quando dice di passare dal ragionamento sul metodo ad indicare una prospettiva.

Perché sinodalità, questa parola tecnica, questa parola difficile, ne evoca altre due, più semplici: comunità e dinamismo. Due caratteristiche della Chiesa, in particolare della Chiesa in Italia, che è e vuole restare una Chiesa di popolo.

Delinea così un impegno su diversi temi.
Uno spicca, anche riguardo all’incredibile baccano di questi giorni, la famiglia.
Un baccano che è un artifizio di comunicazione al quale purtroppo siamo abituati: “Riusciamo a dividerci su tutto, a contrapporre le piazze, persino su un tema prioritario come quello della famiglia, sul quale paghiamo un ritardo tanto incredibile quanto ingiusto”.

Il linguaggio è paterno e inclusivo.

Ricorda il ruolo sociale della famiglia, per assicurare la “tenuta sociale del Paese”. Ricorda le “diverse proposte avanzate anche dal Forum delle associazioni familiari” per venire incontro ai bisogni concreti. E conclude osservando che “la famiglia è il termometro più sensibile dei cambiamenti sociali” e, dunque, da un lato non si può “venir meno ai principi – visto che la famiglia non è un menù da cui scegliere ciò che si vuole”, dall’altro che è necessario “mettere a punto un pensiero sulla famiglia per questo tempo”.

Dialogando, con serenità e chiarezza. Questo non significa, aggiungiamo, essere irenici, o inventare un compromesso, ma, chiamando tutte le cose con il loro nome, riconoscersi e mettersi all’opera per il bene comune, come bene di tutti e di ciascuno. Insomma “mettere a punto un pensiero sulla famiglia per questo tempo” è un “passo – che è condizione per una società migliore”.

Impresa difficilissima, se non impossibile, nel can-can mediatico e nella confusione culturale, che fa comodo a molti. D’altro canto questo è lo stile di Papa Francesco, per chi ascolta integralmente il suo messaggio e segue la sua personale testimonianza.

Serve tanta buona volontà, merce vieppiù rara. Ma abbiamo tutti gli strumenti, giuridici, sociali, culturali. L’Italia ha un quadro costituzionale adamantino, con una definizione di famiglia molto precisa e indiscutibile, più volte ribadita dalla Corte costituzionale, ha una legislazione che tutela anche altre forme di convivenza, ovvero le unioni, anche omosessuali. Il diritto di famiglia riconosce i diritti e chiarisce i doveri di tutti gli attori del sistema familiare. Basta applicare le norme, chiamando sempre le cose con il loro giusto nome. Partendo ed arrivando al concreto delle situazioni. Anche se è molto, molto difficile.

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