Sorelle Clarisse: “Dio non giudica, non punisce, non condanna, non obbliga, non vieta ma ama, abbraccia, bacia e lo fa per primo, anticipandoci sempre”

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DIOCESI – Lectio delle Sorelle Clarisse del monastero Santa Speranza in San Benedetto del Tronto.

E’ sempre nuovo il nostro Dio, ogni giorno nuovo: un Dio non fermo nell’alto dei cieli, non seduto sul trono, non inavvicinabile ma sempre follemente di corsa incontro all’uomo! Un Dio nuovo perché continuamente “esce” dall’immagine in cui spesso lo releghiamo, dalle chiese in cui lo incaselliamo, dai tabernacoli in cui lo barrichiamo, dai riti e dalle devozioni in cui lo incastriamo.

Un Dio che “esce” dai cieli, come leggiamo nella prima lettura, per andare a riprendersi e liberare il suo popolo schiavo in Egitto, un Dio che lo accompagna per quarant’anni attraverso il deserto fino alla terra promessa, fino a mangiare non più le cipolle dell’Egitto, non più la manna del deserto, ma i «frutti della terra di Canaan», la terra dove scorre latte e miele.

Opera di Osamu Tanimoto

Un Dio che continua ad uscire, lo leggiamo nel vangelo che ci presenta la parabola del Padre misericordioso. Il Padre esce incontro al figlio minore che torna a casa dopo aver sperperato tutto «il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto».

Esce di casa, «ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». E’ il padre che patisce la distanza, è il Padre che, abbracciando il figlio, rovescia i ruoli, esce dagli schemi.

Non c’è il bravo figlio che ha capito, che si è pentito, che ha cambiato strada…no! Il figlio minore ha “solo” fame ed è disposto a farsi servo pur di mangiare. Il Padre scardina il progetto da schiavo costruito dal giovane quando era lontano da casa – «Mi alzerò, andrò da mio padre, e gli dirò: “Padre, ho peccato verso il cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati» -, e con il suo amore lo rifà figlio.

Ma non è finita…il Padre esce di nuovo a supplicare il figlio maggiore perché entri in casa a far festa per il fratello ritrovato. «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito ad un tuo comando…»: questo giovane non si sente figlio, non vede nell’uomo che ha davanti suo padre ma il suo padrone. Ancora: «…ora che è tornato questo tuo figlio…per lui hai ammazzato il vitello grasso»: neppure è capace di riconoscere il fratello, «…questo tuo figlio…», lo chiama.

Siamo noi, figli minori e figli maggiori perché prigionieri dei nostri preconcetti, pregiudizi, paure, diffidenze; siamo noi, immobili, spiazzati di fronte ad un Dio che, spesso, non è quello che pensiamo, quello che preghiamo, quello che vogliamo. Perché questo Dio non giudica, non punisce, non condanna, non obbliga, non vieta ma ama, abbraccia, bacia e lo fa per primo, anticipandoci sempre, dovunque siamo, comunque stiamo, uscendo sempre sulle strade della nostra storia perché possiamo fare esperienza del suo amore di Padre e della nostra dignità di figli!

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