Un’Europa dal volto umano e vicina ai suoi cittadini è possibile

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Giovanna Pasqualin Traversa

Il voto alle elezioni europee del 26 maggio è un diritto ma anche un dovere per ogni cittadino, soprattutto in un momento storico delicato come l’attuale in cui sembra smagliarsi il tessuto del progetto che ha garantito 60 anni di pace in gran parte del continente e vengono agitati all’orizzonte spauracchi di muri, nazionalismi e populismi che rischiano di comprometterne la tenuta. Oggi a Roma, nella sede dell’Azione cattolica italiana, si è tenuta una “Conversazione sull’Europa” per rilanciare la riflessione sulle principali questioni Ue a partire dal percorso condiviso negli ultimi anni dall’Ac e da Caritas italianaFocsiv e Missio. A promuovere l’evento, oltre a queste associazioni, l’Istituto Giuseppe Toniolo in occasione della pubblicazione del libro “EurHope”, a cura di Paolo Beccegato, Michele D’Avino, Laura Stopponi, Ugo Villani, dedicato alla memoria di Antonio Megalizzi(ed. Ave). Sullo sfondo l’attesa per la decisione del Consiglio europeo di oggi e domani sul Brexit.

“Questo è il tempo delle sfide, dell’orgoglio e delle scelte per l’Europa”,

esordisce Beatrice Covassi, capo rappresentanza in Italia della Commissione Ue e firmataria della prefazione al volume. “Stiamo vivendo un momento epocale della storia del nostro continente”, percorso da “tentativi e tentazioni di dare risposte sbagliate alle sfide globali innalzando muri e chiudendo confini”. Comprensibile la paura, ma “queste sfide – avverte – richiedono uno sforzo collettivo”. Serve l’impegno di tutti perché “la posta in gioco è molto alta: è quella di una nuova Europa dal volto più umano che metta al centro la persona. Servono risposte efficaci e fondate su una base valoriale profonda che possa far sentire il progetto europeo più vicino alla gente”.

Per Matteo Truffelli, presidente dell’Azione cattolica italiana e padrone di casa, “non possiamo stare in ordine sparso all’interno delle grandi spinte economiche, sociali, politiche e religiose. Rischieremmo di restare travolti”. Di qui l’urgenza di “ritrovare le ragioni del nostro stare insieme all’interno di queste sfide per rilanciare il grande sogno europeista. Occorre guardare avanti e concepire l’Europa come uno spazio di speranza per i cittadini europei e per tutto il mondo”, conclude ricordando che i giovani di Ac hanno aderito alla campagna #stavoltavoto  lanciata dal Parlamento europeo per promuovere una maggiore consapevolezza nei confronti delle elezioni di maggio.

“Il rischio che corriamo è quello di gettare la spugna. Abbiamo concepito un’Europa soprattutto economica tralasciando la dimensione politica di pòlis come bene condiviso”, avverte padre Giulio Albanese, missionario e giornalista, secondo il quale “essere cattolici vuol dire affermare l’universalità, la globalizzazione intelligente”, comprendere che

“ciò che succede nelle periferie del mondo ha a che fare con la nostra quotidianità”.

La sfida, sostiene, “è anzitutto culturale”, e di fronte a cattolici “che stanno a mani giunte, vanno nei santuari e poi gioiscono per i respingimenti”, la Chiesa “dovrebbe fare un serio esame di coscienza chiedendosi perché la dottrina sociale non è entrata nella pastorale ordinaria”.

Don Francesco Soddu, direttore Caritas italiana, mette in guardia dal rischio che, da sogno, l’Europa diventi “un incubo”. Evidenziando, fra l’altro, il progressivo “smantellamento dello Stato sociale” in buona parte del continente,  esprime un auspicio: “Vorremmo che il processo dell’integrazione proseguisse con più forza e determinazione”, ma anche che si lavorasse per

“un’Europa più sociale, più solidale, più inclusiva, più responsabile”.

“Solo attraverso il perseguimento della giustizia sociale e dell’equità equità” l’Ue “potrà recuperare la fiducia dei cittadini”. Sulla stessa linea Paolo Beccegato, vicedirettore Caritas italiana. In Europa, dice tra l’altro, “c’è il tasso più alto di muri e di atti di xenofobia e intolleranza al mondo. Tristi primati che ci obbligano ad un ripensamento radicale delle politiche migratorie e di coesione sociale”.

“Ho visto enormi navi cariche di tronchi d’alberi o di pesce, le uniche ricchezze della Guinea Bissau, partire dal Paese senza portare alla popolazione alcuna ricchezza secondo un’idea distorta di globalizzazione”. A raccontare la propria esperienza di missionario è don Giuseppe Pizzoli, direttore Fondazione Missio. Eppure, riconosce, se l’Europa “diventasse veramente una comunità politica di pace” e solidarietà,

“potrebbe diventare un modello di dignità e giustizia” per l’intero pianeta.

Di qui l’intenzione di contribuire, “come mondo missionario” a renderla “paradigma di una globalizzazione dei valori fondanti dell’umanità”.

Forte la provocazione di Gianfranco Cattai, presidente Focsiv:

“Dobbiamo preparaci al futuro, ad affrontare il rancore delle persone che non abbiamo accolto.

L’esperienza delle banlieue francesi non ci ha insegnato niente? Occorre progettare sicurezza facendo alleanza con le comunità degli stranieri”. Come dovrebbe allora essere l’Ue? Cattai, che è anche coordinatore di Retinopera che nelle settimane scorse ha presentato il documento “L’Europa che vogliamo” ne traccia l’identikit ideale: “democratica e partecipativa; solidale e accogliente; del valore umano del lavoro e del lavoro per tutti; della promozione della cultura, della scienza e dell’arte; dello sviluppo sostenibile e dell’economia integrale; del Terzo settore, dell’associazionismo e della gratuità”.

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