Via della Seta e 5G, Italia debole fra le superpotenze

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Paolo Zucca

Guerra dei dazi, guerre commerciali, battaglie di servizi segreti. Il linguaggio militare si spreca. Per fortuna da oltre 70 anni non si registrano guerre mondiali cioè combattimenti classici su vasti territori e prolungati nel tempo. Non sono invece mancati conflitti di confine, massacri etnici e terrorismo.

I contrasti fra grandi potenze per la conquista di territori e le annessioni politiche hanno preso forme economiche, di supremazia tecnologica o di spionaggio. Osservare in queste ore quanto accade nel “nostro” Adriatico e intorno a una nuova tecnologia superveloce di diffusione e raccolta dati (5G-5Generazione) aiuta a capire cosa accadrà nei prossimi anni. Si fronteggiano Stati Uniti e Cina, i primi con gli alleati storici e i secondi in espansione con una riserva di denaro apparentemente inesauribile. La Russia non vuole restare fuori, così come l’Europa dove i distinguo sono tanti.

Con la morbida definizione di Nuova Via della Seta (richiamo a Marco Polo che nel 13esimo secolo importò tessuti e fece ricca Venezia), la grande Cina in versione comunista per controllo centralizzato e capitalista per gli immediati obiettivi economici, vuole stabilire grandi vie del commercio per rafforzare l’export nelle aree più ricche. Per vendere di più fuori ed evitare che la propria economia rallenti, con pericolosi riflessi interni.

L’Europa si può raggiungere in più modalità, quella via mare passa per il comodo Mediterraneo e guarda a Trieste, nel golfo che è sato da sempre sbocco di merci e dell’impero austro-ungarico in particolare.
Pechino ha la forza del denaro e le merci – anche di qualità – sono prodotte in condizioni contrattuali, di tutela sanitaria individuale e collettiva, regolamentare e di controlli non paragonabili a quelle del Vecchio Continente. Non c’è vera concorrenza quando uno degli operatori non osserva regole minime di tutela dei produttori e di salute pubblica. Cui si aggiunge un deficit di diritti di espressione. Non è così facile pareggiare il conto fra quanto si importa e quanto si esporta.
Cercare uno sbocco europeo attraverso l’Italia (Genova e Trieste innanzitutto) è fra gli obiettivi della visita ufficiale del presidente Xi Jinping che attira l’attenzione e le pressioni mondiali. Governo italiano e delegazione straniera dovrebbero firmare un memorandum (MoU- Memorandum of Understanding) che viene ora ridimensionato a documento di buoni propositi. Quindi niente contratti vincolanti – assicurano le parti – sui porti, sugli impegni finanziari, sulla vendita di pezzi del Paese.

La Cina ha già investito in Italia circa 15-20 miliardi (7 per comprarsi la Pirelli) e sembra poter aprire il portafogli in ogni istante: società, immobili, prestiti, calcio, moda.

Nel 2016 dalla Grecia impoverita comprò per 368 milioni il 51% del porto del Pireo-Atene che già un passo di avvicinamento. La stessa Grecia nel 2017 pose il veto a una risoluzione europea sui diritti umani a Pechino. Che non si ferma e ha comprato in Belgio e in Spagna e ora vale il 10% della capacità portuale europea.

L’antagonismo degli Stati Uniti, accentuato nella gestione di Donald Trump, pone l’Italia a un bivio: cogliere nel Memorandum tutti i vantaggi di breve o frenare.

Dovrebbe essere una scelta europea, invece il parziale isolamento di questi mesi “scarica” sul Governo italiano un pronunciamento globale. Le forze politiche sono divise, alcuni ministri sono andati molto avanti nell’elaborare i punti dell’accordo internazionale. L’Italia sarebbe il primo Paese del G7 (i sette grandi) ad aprire la Grande Via del commercio. Non avere i conti in ordine e un’economia debole rende meno libera la scelta.
Con la Cina è in corso un altro contenzioso che riguarda lo sviluppo della tecnologia 5G, superveloce e più capiente. Quella che collegherebbe tutto in casa e fuori, producendo quella nuova ricchezza che sta sostituendo il petrolio: i dati da elaborare. Viene sviluppata da due multinazionali cinesi, Huawei e Zte, da Ericsson e Nokia in Europa e dall’americana Cisco. Le infrastrutture possono controllare/influenzare dati di tutti i tipi, compresi quelli sensibili politicamente. Il controllo di tali informazioni fa gola ai governi e ai rispettivi servizi segreti. La richiesta all’Italia è di frenare Huawei, sospettata di spionaggio.

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