Il Dna dell’insonnia

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Maurizio Calipari

In base alle statistiche mondiali, l’insonnia, in una persona su dieci, riveste effettivamente i caratteri di una vera e propria patologia clinica, in grado di provocare enormi danni in termini di benessere, salute fisica e produttività.
Nel tentativo di trovare soluzioni, gli studiosi hanno potuto stabilire che certamente, tra le cause dell’incapacità di addormentarsi o di restare addormentati, figura una componente genetica, finora però non meglio identificata.
Novità giungono adesso da due studi (pubblicati di recente su “Nature Genetics”), che rappresentano un passo avanti concreto nella conoscenza della base biologica dell’insonnia. Si tratta di tipici studi di associazione sull’intero genoma (indicati anche con la sigla GWAS), basati sull’esame del DNA di molte migliaia di individui, allo scopo di determinare la posizione dei marcatori genetici relativi a salute, malattia o a un tratto particolare.
In sintesi, le due ricerche sull’insonnia dimostrano il coinvolgimento di specifiche regioni cerebrali e di determinati processi biologici, peraltro connessi con malattie cardiache e disturbi psichiatrici (es. la depressione).
Un primo studio, realizzato da un gruppo coordinato dalla genetista Danielle Posthuma, della Vrije University di Amsterdam (Olanda), ha esaminato i genomi di oltre 1,3 milioni di persone – usando i dati di UK Biobank e dell’azienda 23andMe, che offre servizi di genetica al pubblico – per identificare 202 aree del genoma legate all’insonnia, col coinvolgimento di ben 956 geni (un po’ più dei sette trovati in precedenza!). I ricercatori hanno quindi verificato in quali regioni e cellule cerebrali sono attivi più spesso questi geni. “Prima della nostra ricerca – spiega Posthuma – sapevamo poco su quali geni, vie e cellule fossero implicati. Ora abbiamo ipotesi concrete che possono essere testate”.
Nel secondo studio, guidato dalla genetista Richa Saxena, del Massachusetts General Hospital (USA), i ricercatori hanno analizzato ben 450.000 genomi (sempre attingendo ai dati della UK Biobank), giungendo ad identificare 57 regioni cerebrali e 236 geni coinvolti. Questi risultati sono stati confermati dall’analisi di due insiemi di dati distinti: uno concernente pazienti con diagnosi clinica, l’altro basato su sintomi meno affidabili e riferiti dagli stessi pazienti. Saxena e il suo gruppo, inoltre, hanno esaminato i dati di quasi 84.000 soggetti (sempre forniti da UK Biobank), che avevano indossato per una settimana dei rilevatori di movimento, capaci di registrare i movimenti del corpo durante il sonno oppure un eventuale sonnambulismo. Ciò ha permesso agli studiosi di collegare i risultati genetici con le misurazioni reali del sonno.
I risultati comparati delle due ricerche hanno poi messo in evidenza una significativa sovrapponibilità tra i geni implicati nell’insonnia e quelli relativi ai tratti psichiatrici e metabolici. Ad esempio, talora i geni coinvolti in alcune patologie come depressione, ansia, schizofrenia, malattia coronarica e diabete di tipo 2, sono risultati gli stessi.
Ecco perché diventa ipotizzabile che l’insonnia sia più fortemente correlata a disturbi neuropsichiatrici che ad altre caratteristiche legate al sonno (ad esempio, l’essere mattinieri). “È stata una grande sorpresa – commenta Saxena – e implica che si tratta di un disturbo che a livello genetico probabilmente è legato alle malattie psichiatriche e alla regolazione dell’umore, non necessariamente alla sola regolazione del sonno”.
Va tuttavia considerato che, verosimilmente, l’insonnia non è una condizione singola, ma un gruppo di sintomi che possono avere varie cause sottostanti. In un paziente, ad esempio, potrebbe essere conseguenza di un trauma infantile, in un altro potrebbe essere legata a processi circadiani stravolti o semplicemente derivare dalla sindrome delle gambe senza riposo in un altro ancora. “Se così fosse – commenta Saxena – saremmo davvero in grado di distinguere i casi con la genetica. Capire se ci sono diversi tipi di insonnia, come possiamo studiarli e magari curarli separatamente, è la speranza di questo campo di ricerca”. “Ora stiamo seguendo due strategie – aggiunge Posthuma -. L’implementazione procede aumentando ulteriormente le dimensioni del campione e progettando esperimenti di laboratorio che dimostrino il nesso di causalità e mostrino come i diversi tipi di cellule coinvolte influenzano l’insonnia”.
Questo tipo di ricerche senz’altro possono suggerire nuovi bersagli terapeutici. La terapia cognitivo-comportamentale, infatti, pur non riuscendo a dare soluzione a tutti casi di insonnia, mostra perché vale la pena seguire questa linea di ricerca. Infatti, la sovrapposizione genetica tra insonnia e disturbi dell’umore può indicare proprio perché la terapia cognitivo-comportamentale possa risultare efficace sia per il sonno sia per l’ansia.

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