Crisi in Nicaragua

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Bruno Desidera

Una rinnovata, ma piccola speranza. E tantissima prudenza. Questo l’atteggiamento della Chiesa, mentre in Nicaragua si torna a parlare di dialogo, a oltre dieci mesi dall’inizio delle grandi manifestazioni popolari che sono state represse attraverso la violenza di gruppi paramilitari (che hanno provocato almeno trecento vittime), centinaia di arresti arbitrari tra i manifestanti, intere città messe a ferro e fuoco (è il caso di Masaya, la scorsa estate), il divieto di promuovere manifestazioni pubbliche. La scorsa settimana, nella giornata delle celebrazioni per l’anniversario della morte del generale Sandino, il presidente Daniel Ortega ha annunciato la riapertura del Tavolo del dialogo, dopo che aveva trovato una prima intesa con le organizzazioni imprenditoriali (storicamente alleate con il presidente sandinista, ma critiche nei suoi confronti dopo i fatti dell’aprile 2018). La precedente esperienza del Dialogo, avviata a inizio maggio, con una forte e convinta presenza della Conferenza episcopale in qualità di mediatrice e testimone, si era chiusa lo scorso giugno in modo traumatico (con durissime accuse alla Chiesa da parte di Ortega), e da allora la repressione del Governo è aumentata d’intensità.
Il rinnovato Dialogo nazionale è ripartito mercoledì 27 febbraio. La liberazione di circa 100 persone arrestate dal regime, in seguito alle repressioni degli ultimi mesi, è stata interpretata come un segnale di buona volontà, ma in carcere restano oltre 600 prigionieri politici. Il Dialogo vede la partecipazione del Governo, del cartello di opposizione Alianza Civica, degli imprenditori (storici alleati di Ortega, dal quale si erano staccati lo scorso aprile) e, della Chiesa cattolica, come testimone. Hanno partecipato al primo incontro l’arcivescovo di Managua e presidente della Conferenza episcopale nicaraguense, card. Leopoldo José Brenes, e il nunzio apostolico in Nicaragua, mons. Waldermar Stanislav Sommertag. Sull’andamento del dialogo e sulle speranze della Chiesa nicaraguense, il Sir ha intervistato mons. Jorge Solórzano Pérez, vescovo di Grenada.

È ripreso mercoledì il Dialogo nazionale. Con quali speranze guarda a queste trattative?
Il dialogo è il cammino per arrivare a una soluzione politica e pacifica rispetto ai problemi che stiamo vivendo, per evitare maggiori violenze e scongiurare il rischio di una guerra civile. Ora è il momento del dialogo, si tratta di una piccola speranza.

Speriamo che le parti abbiano buone intenzioni, che ci sia la volontà politica da parte del Governo di ristabilire la democrazia.

Staremo a vedere come il dialogo si svilupperà. Parte del popolo è ottimista e piena di speranza, un’altra parte invece è sfiduciata.

In ogni caso da molte parti si chiede la liberazione dei prigionieri politici e un ritorno alle libertà democratiche, a cominciare da quelle di esprimere e manifestare liberamente il proprio pensiero…
Sì, il popolo anela la libertà, la chiede con forza. E chiede anche libere elezioni, lavoro… Queste sono le aspirazioni del popolo. Vediamo se il Governo procederà salvaguardando i propri interessi o quelli del popolo.

Oltre alla libertà, ci sono anche gli aspetti della vita quotidiana. La crisi economica di avverte?
Sì, stiamo vivendo una fortissima crisi economica, la situazione è durissima, moltissime imprese hanno chiuso, in tanti hanno perso il lavoro.

Tante persone in età lavorativa migrano verso il Costarica o Panama.

Proprio in questi giorni è stata approvata una riforma tributaria che avrà come effetto quello di rendere più cara la vita quotidiana delle persone, di far aumentare il prezzo dei cibi e dei generi più necessari.

Si sa qualcosa dei motivi che hanno partecipato alla mancata partecipazione al Dialogo nazionale di mons. Álvarez, vescovo di Matagalpa, sul quale ci sarebbe stato un veto del Governo?
Oltre al cardinale Brenes e al nunzio Sommertag, noi vescovi avevamo designato due confratelli, mons. Bosco Rivas Robelo, vescovo di León y Chinandega, e mons. Rolando José Álvarez, vescovo di Matagalpa. Mercoledì, però, al tavolo sono stati accettati solo il cardinale e il nunzio, ma non conosco le motivazioni, non siamo ancora riusciti a comunicare tra noi vescovi.

Lei recentemente è stato in Messico, ospite di Aiuto alla Chiesa che soffre. Quanto sono importanti il sostegno delle Chiese degli altri Paesi e la pressione della comunità internazionale?
Si tratta di una cosa importantissima. Sappiamo dell’attenzione dell’Italia e dell’Europa, qui è stata anche una delegazione di eurodeputati. Faccio un appello, non dimenticatevi del Nicaragua, un Paese oggi in crisi profonda, dal punto di vista economico, sociale e politico. Abbiamo bisogno dell’appoggio internazionale.

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