La Spagna torna al voto

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Riccardo Benotti

“Un settore dell’indipendentismo, in primis Puigdemont, è il ‘tanto peggio tanto meglio’ per poter dire al mondo che la Spagna è un Paese autoritario e franchista. Hanno perso un’opportunità d’oro rifiutando la distensione proposta da Sánchez”. È l’analisi dello storico e analista politico Steven Forti, docente di storia contemporanea presso l’Universitat Autònoma de Barcelona e ricercatore presso l’Instituto de Historia Contemporánea dell’Universidade Nova de Lisboa.

Steven Forti

Il primo ministro Pedro Sánchez ha convocato le elezioni anticipate per il prossimo 28 aprile. Sono le terze in meno di quattro anni…
La Spagna non è più un Paese stabile. Il sistema spagnolo nato dalla transizione alla democrazia nella seconda metà degli anni Settanta è entrato in una profonda crisi nell’ultimo decennio. Una crisi che è stata economica e sociale, in primo luogo, con la Grande Recessione, ma anche politica e istituzionale.

Da un sistema politico bipartitista, Popolari e Socialisti, si è passati a quattro grandi partiti, con l’ingresso in scena di Ciudadanos e Podemos. Ed ora, probabilmente, avremo anche una quinta forza, l’estrema destra di Vox.

Il sistema, dunque, non può più basarsi su maggioranze assolute come prima: le forze politiche hanno fatto fatica ad adattarsi alla nuova situazione. In Spagna, al contrario dell’Italia, non c’era l’abitudine dell’arte del compromesso. O si vinceva o si perdeva, non c’erano vie di mezzo. Direi però che tutti, volenti o nolenti, si stanno ora abituando alla nuova situazione. Vedasi il governo di Pedro Sánchez, seppur di corta durata, appoggiato da Unidos Podemos e dai partiti catalani e baschi o il recente accordo in Andalusia tra le tre destre. Non dimentichiamo poi che questa crisi multilivello ha colpito anche le istituzioni: non è stato un caso che re Juan Carlos I abbia abdicato in favore del figlio Felipe nel giugno del 2014. E, ciliegina sulla torta, a tutto ciò va aggiunta la crisi territoriale con la rivendicazione indipendentista catalana dal 2012 in avanti.

La crisi del governo Sánchez è stata provocata dalla bocciatura della legge di bilancio per il 2019 o i motivi sono altri?
La ragione principale è la bocciatura del bilancio. Senza un bilancio il leader socialista ha preferito mettere fine alla legislatura e andare subito al voto, piuttosto che vivere una lenta agonia con le elezioni europee e amministrative di maggio dietro l’angolo. Ha anticipato le elezioni sperando di capitalizzare l’azione di governo di questi mesi, prendendo in contropiede le opposizioni. Ma

il bilancio era legato a doppio filo alla crisi catalana:

Sánchez aveva bisogno dei voti degli indipendentisti nelle Cortes di Madrid e questi in cambio chiedevano la liberazione dei dirigenti incarcerati ora sotto processo e il diritto di autodeterminazione.

Eppure, dopo le tensioni degli anni di Rajoy, Sánchez aveva fatto importanti passi in avanti… 
Maggiore dialogo con Barcellona, distensione, incontri istituzionali tra il governo spagnolo e quello regionale catalano, importanti inversioni – contenute nel bilancio – per la Catalogna…

Di più non poteva fare governando in minoranza e con le destre che lo tacciavano quotidianamente di “traditore” e “golpista”, solo per la sua volontà di risolvere politicamente la crisi con Barcellona.

Votando no al bilancio insieme alle destre, gli indipendentisti hanno messo fine all’eterogenea maggioranza che era riuscita nel giugno scorso a scalzare Rajoy. Ed è stato, tra l’altro, un vero peccato perché si trattava di un bilancio espansivo, accordato insieme ad Unidos Podemos, che metteva fine all’austerità, guardando al modello del Portogallo di António Costa.

Ora quale risultato ci si può aspettare dalle elezioni?
C’è molta incertezza. La volatilità del voto è alta e l’astensione avrà un peso rilevante. Tre sono i possibili scenari: una vittoria delle destre con la formazione di un governo sul modello andaluso, ossia Popolari e Ciudadanos con l’appoggio dell’estrema destra di Vox. In questo caso la Spagna assomiglierebbe all’Austria di Kurz e Strache. Anche se molto più difficile, potrebbe darsi una situazione simile a quella attuale con una possibile maggioranza formata dal Psoe, Unidos Podemos e i partiti nazionalisti baschi e da quelli indipendentisti catalani. Sarebbe una Spagna che tenta di seguire le orme del Portogallo di Costa.

E il terzo scenario?
Un governo di centro formato dai socialisti e da Ciudadanos. Ora sembra molto difficile vista la radicalizzazione del partito di Albert Rivera, ma se i numeri lo permettono è un’opzione che piace molto ai poteri forti del Paese iberico, a diversi mass media e a un settore importante dello stesso Psoe che non vuole avere nulla a che fare con Pablo Iglesias e gli indipendentisti catalani. E credo che Sánchez e Rivera si metterebbero facilmente d’accordo. Ci avevano già provato nella primavera del 2016. Avremmo così una Spagna che guarda alla Francia di Macron.

Che ruolo giocano i partiti indipendentisti catalani?
In questi ultimi mesi hanno avuto un ruolo chiave perché i loro voti erano indispensabili al governo Sánchez. Hanno tirato troppo la corda chiedendo a Sánchez cose inaccettabili o impossibili da realizzare sul breve periodo. Gli indipendentisti sono schiavi delle loro lotte interne (tra Esquerra Repúblicana de Catalunya e lo spazio politico che fa capo all’ex presidente Puigdemont, rifugiatosi in Belgio) e privi di una strategia dopo il flop dell’ottobre del 2017.

Il loro no al bilancio è stato un suicidio politico: se tornano al governo le destre, il dialogo sarà solo un lontano ricordo.

Pablo Casado, il nuovo leader del Pp, non è Mariano Rajoy: è molto più spostato a destra. Vox chiede il commissariamento sine die della regione catalana e l’illegalizzazione dei partiti indipendentisti. E Ciudadanos non è molto più morbido su questo punto. Il fatto è che quello che vuole un settore dell’indipendentismo, in primis Puigdemont, è il “tanto peggio tanto meglio” per poter dire al mondo che la Spagna è un Paese autoritario e franchista. Hanno perso un’opportunità d’oro rifiutando la distensione proposta da Sánchez.

Il Paese come sta vivendo il processo agli indipendentisti catalani?
Con interesse, tensione, incredulità. C’è chi chiede mano dura e chi, soprattutto in Catalogna, lo considera un processo politico. Alcuni lo hanno definito il processo del secolo: potrebbe diventarlo. I magistrati hanno una responsabilità enorme: le loro decisioni avranno un peso notevole sul futuro della Spagna. Non si dimentichi che è trasmesso in diretta televisiva. Mi ricorda, per certi versi, Tangentopoli nell’Italia del 1992-94, per quanto la situazione sia completamente distinta. Ma il punto è che

la giustizia sta dando i tempi e influenzando pesantemente la politica.

Qui l’errore è stato di Rajoy che ha voluto delegare ai tribunali la risoluzione di una questione eminentemente politica, come la crisi catalana. Ora, con le elezioni anticipate, molti vorranno utilizzare il processo per fare campagna elettorale. Le sentenze non arriveranno prima di giugno. Vedremo chi governerà la Spagna in quel momento.

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