Evangelizzazione e sinodalità

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M. Chiara Biagioni

Oltre 40 vescovi italiani hanno accolto l’invito a partecipare a Loppiano a un convegno sulla sinodalità. Dove va la Chiesa in Italia dopo il Convegno ecclesiale nazionale di Firenze? Cosa significa vivere la mistica della fraternità? Come mettere in atto la sinodalità? Come affrontare le urgenze dell’oggi sociale? Queste alcune delle domande che per tre giorni, dal 18 al 21 febbraio, animeranno il convegno promosso dal Movimento dei Focolari in Italia in collaborazione con il “Centro Evangelii gaudium” dell’Istituto Universitario Sophia. “Dopo il convegno di Firenze del 2015 – spiega mons. Piero Coda, preside dell’Istituto Sophia – ci siamo sentiti ingaggiati ad accogliere l’invito di Papa Francesco a lanciare un processo di rinnovamento sinodale della Chiesa in Italia”. Il Centro Evangelii gaudium nasce con questo scopo: iniziare una riflessione, raccogliere esperienze diverse, aprire delle prospettive. Poi, il 10 maggio dello scorso anno, Papa Francesco in visita a Loppiano ha consegnato alla cittadella dei Focolari in Italia il compito di mettere in pratica la “mistica del noi”, vivendo la “spiritualità di comunione che caratterizza l’esperienza del Movimento dei Focolari”. “Sono tutti sentieri – spiega Coda – confluiti nell’idea di questo convegno”.

Le adesioni da parte dei vescovi italiani sono state molte. Ve lo aspettavate? Quale esigenza fa emergere? 
Penso che l’ampia adesione faccia emergere l’esigenza di ritrovarsi insieme per avviare quello che Papa Francesco ha definito un processo sinodale per discernere comunitariamente le sfide dell’oggi. È un processo che vogliamo vivere alla luce della Parola di Dio e dell’insegnamento del Vaticano II, cogliendo le opportunità che questo tempo ci offre per mettere le basi di una nuova stagione di annuncio e di incarnazione del Vangelo. L’esigenza, dunque, di mettersi attorno a un tavolo, non per rimanere fermi ma per discernere le strategie di un cammino insieme con visione e prospettiva a servizio della società.

Perché Papa Francesco insiste così tanto sulla “mistica del noi”? Cosa significa concretamente? 
La “mistica del noi” sottolinea la necessità che dalla sequela di Gesù come Chiesa scaturisca quella che lo stesso Francesco ha definito “l’amicizia sociale”:

rigenerare i legami tra le generazioni, tra le diverse sensibilità culturali, tra le differenti espressioni e istanze della vita civile nel nostro Paese con una visione allargata alla fraternità universale.

Il nostro è un mondo che cammina irresistibilmente verso una interdipendenza sempre più intensa e solidale. Certamente questa spinta può avere come contro-reazione dei riflussi identitari in cui bisogna leggere l’esigenza giusta a mantenere e arricchire la propria identità ma profilandola nella direzione di un’identità ospitale, pronta all’accoglienza dell’alterità. Il Vangelo è il fermento di questo processo, un fermento al tempo stesso dell’identità e dell’apertura e dell’incontro, perché insegna ad affermare la dignità di ogni persona come un io non chiuso in se stesso ma che si ritrova pienamente dispiegato nel dono di sé, nell’amicizia con il tu entro lo spazio di vita del noi. Il Dio cristiano è il Dio Trinità! È Uno essendo in Se stesso tre volte Altro che si apre e si comunica a quell’altro da Sé che è il creato. È Amore! Così anche la vita della Chiesa e il volto della società sono chiamati a essere espressione di una comunione di io che si ritrovano in un noi libero, plurale, convergente e aperto.

Che tipo di laici, vescovi, sacerdoti, consacrati bisogna formare per questa spiritualità del noi?
Questo passo nuovo nel cammino dell’evangelizzazione, questo ritmo sinodale che la Chiesa è chiamata a prendere, questa necessità di amplificare le modalità della partecipazione e della corresponsabilità nella vita pubblica richiedono la formazione di persone che siano robustamente radicate nella loro identità e nella memoria della loro tradizione ma, al tempo stesso, aperte all’alterità e capaci e decisi a camminare insieme. Occorre avere quello che Papa Francesco ha chiamato il coraggio dell’alterità e la mistica della fraternità. Ciò implica immaginare percorsi di formazione che aprano realisticamente i cuori e le menti a vivere creativamente questa realtà. È questo il punto critico della vita della Chiesa oggi.

Non possiamo più far conto su modelli di formazione formulati per altri tempi.

Occorre costruire percorsi di comunione, luoghi di formazione all’incontro con Dio e con gli altri, scuole di dialogo con Dio e con gli altri. Occorre formare personalità capaci d’interiorità dilatata, consapevoli che il Mistero della presenza di Dio alla storia umana in Cristo si dispiega nella relazione con l’altro, perché ha la forma dell’amore. Dunque, percorsi rinnovati, laboratori e centri di formazione in cui si dà il primato alla vita nello Spirito in una dimensione comunitaria e dialogica.

E il vescovo?
Il vescovo in primis (ma con lui tutte le altre vocazioni ecclesiali) deve essere un esperto del discernimento comunitario,

capace di costruire comunione e di aprire tavoli di dialogo.

Papa Francesco ha parlato di “artigiani del discernimento comunitario” nella “scuola del popolo di Dio”, in cui tutte le vocazioni s’incontrano e dove il maestro è uno solo, il Signore Gesù.

Ogni processo nuovo nasce da momenti di profonde oscurità. Cosa sta gridando oggi il soffio dello Spirito nella Chiesa?
Penso che il grido più profondo che trafigge i nostri cuori e le nostre menti è il grido che invoca un cambio nel modo di pensare, di sentire e di agire che abbia conseguenze concrete. Occorre ritrovare la capacità di leggere la storia e di impegnarsi nella trasformazione dei problemi cruciali e urgenti dell’oggi nella luce e nella forza del Vangelo. Ma per farlo occorre uno stile ecclesiale imbevuto fino in fondo della novità della Parola e della grazia dell’Eucaristia: sorgente gratuita e inesauribile dell’amore di Gesù per ogni persona a partire dai più diseredati e scartati.

È necessario un cambio di paradigma.

A livello culturale direi che si esige di ripensare il pensiero, di riformulare il nostro modo di vedere la realtà, d’interpretarla e trasformarla alla luce dell’amore di Dio per l’uomo, per ogni uomo, per questo uomo e per l’umanità intera. Un amore che in Cristo abbraccia tutti e non lascia fuori nessuno.

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