Pakistan: “Non mattoni ma libri”

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Daniele Rocchi

“Non mattoni ma libri”: è il motto di padre Edward Thurai Singham, oblato di Maria Immacolata, originario dello Sri Lanka, 74 anni di età, più della metà passati come missionario in Pakistan.

Padre Edward Thurai Singham

Lo ripete con forza accennando a un sorriso. Forse per il ricordo delle decine di bambini e bambine che in questi anni ha aiutato a studiare strappandoli dalle fornaci dove erano costretti, causa la povertà della famiglia, a lavorare per produrre mattoni. Siamo alla periferia nord di Lahore, dopo Karachi la seconda città del Pakistan, capitale della regione del Punjab, e grande centro universitario e culturale. Si arriva a Kot Haj, nella zona di Shahdara, dopo aver percorso molti chilometri, lasciandosi dietro il comodo asfalto del centro città per muoversi su strade sterrate, sconnesse, invase da liquami, fango e rifiuti. Tutto intorno case fatiscenti, prive dei servizi essenziali, ma abitate da tante persone.

La scuola di padre Edward. È qui che ogni giorno padre Edward viene per visitare la sua piccola scuola frequentata da circa 60 alunni, cristiani e musulmani, tutti di età compresa tra i 4 e i 15 anni. Le divise scolastiche, ingentilite da una camicia bianca a righine rosa e cravattina nera, stonano con la povertà circostante ma rendono orgogliosi gli studenti che fanno festa appena vedono padre Edward arrivare. Mostrano il segno della vittoria, nei loro occhi la gioia di chi sente di aver vinto il primo round della vita per avere qualcuno che insegna loro a leggere e a scrivere. Sulle panche gli zainetti con i libri di scuola e i quaderni. Non ci sono banchi per tutti ma non importa. In un Paese dove gli analfabeti sono il 50%, l’istruzione è il vero lasciapassare per una vita migliore e l’unico antidoto ad una povertà strutturale che non ti lascia scampo, specialmente se sei un cristiano. Così lavorare nelle fornaci a fabbricare mattoni è l’unico modo per portare un po’ di cibo a casa.

Dodici ore di lavoro al giorno per meno di 5 euro. Non basta lavorare 12 ore al giorno per tirare su le rupie sufficienti a vivere, quindi si arruolano mogli e figli, anche di tenera età. Una rupia per un mattone, questo il prezzo del duro lavoro che non conosce riposo e che non bada al clima e alle stagioni. Afef ha 13 anni e lavora con il padre Akash alla fornace.

“A scuola vado quando posso. Oggi c’è tanto lavoro”

racconta il giovane mentre, in ginocchio, modella con le mani la creta che poi mette nella forma del mattone. Il padre lo osserva senza dire nulla. Il figlio ha oramai imparato l’arte. Altri bambini, molto più piccoli, sono intorno ad Afef e guardano. Per ora è solo un gioco, ma presto toccherà anche a loro sporcarsi le mani di creta. È sarà un lavoro. Servono 800 mattoni al giorno per racimolare l’equivalente di 5 euro. Il minimo per mangiare e magari per offrire una bibita ad un ospite inatteso da queste parti.

Una chance di vita. Padre Edward ha deciso di ribellarsi a questa schiavitù e ha scelto di dare una chance a questi piccoli figli delle fornaci. “La prima cosa che faccio – spiega al Sir il sacerdote – è andare dalle loro famiglie e chiedere di mandarli a scuola. Non devono pensare a nulla: la scuola provvede ai libri, alle rette, alla divisa e quando possibile anche ad un pasto”.

“I bambini devono avere in mano libri e non mattoni”.

Nella sua opera padre Edward è assistito da una giovane coppia cristiana, Solomon Bhatti e sua moglie Sabbah, che hanno messo a disposizione, dietro un piccolo rimborso spese, la loro casa per farne due aule anguste. Qui ogni giorno si tengono le lezioni svolte da alcuni docenti, uno di questi è Samuel Javed Bhatti.

“Capita spesso – rivela l’insegnante – che alcuni bambini non vengano a scuola. Così con gli altri docenti e con padre Edward ci rechiamo alla fornace che è qui vicino per andare a prenderli e portarli a scuola. Molti vengono a scuola autonomamente. La loro voglia di conoscere e di apprendere è enorme”.

C’è anche chi è riuscito, partendo dalle fornaci, a costruirsi un futuro brillante: è il caso di Lina, una giovane che, afferma con orgoglio padre Edward, “oggi è diventata una microbiologa e lavora nella Nasa, l’agenzia governativa civile responsabile del programma spaziale degli Stati Uniti d’America e della ricerca aerospaziale”.

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“Un miracolo giornaliero”. La scuola dei bimbi delle fornaci vive solo di aiuti e di solidarietà, “è un miracolo che si compie ogni giorno” dice sorridendo padre Edward mentre si risistema il suo topi, il classico copricapo pakistano, dopo la festa ricevuta dai suoi studenti. A contribuire a questo miracolo da oggi in poi sarà anche Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) – Italia, che con una delegazione guidata dal suo direttore, Alessandro Monteduro, è stata in visita alla scuola.

“Le fornaci sono i luoghi della schiavitù e i lavori dei poveri”

commenta Monteduro. “Padre Edward ha organizzato una scuola per garantire a questi bambini un futuro diverso da quello dei loro genitori. Acs sarà al fianco di padre Edward per migliorare la scuola e allargare gli orizzonti di questi bambini”.

Foto Sir

La fornace, intanto, continua a fumare e tra i mattoni sparsi per terra un bambino prova a far volare un vecchio aquilone azzurro, ma il filo è troppo corto per catturare il vento. Sorride, si volta e saluta. Poi improvvisamente si mette a correre, alza il braccio come per allungare il filo del suo aquilone. Con scarsi risultati. Padre Edward lo segue con lo sguardo. Sa bene che domani dovrà tornare alla fornace per riportarlo a scuola con il suo aquilone azzurro.

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